Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Nuova avventura del commissario Bordelli, “Notti nere(Guanda), e Marco Vichi la presenta alla Sala Soci Coop Scandicci (con Centrolibro) con Leonardo Gori e le letture di Federica Miniati, dopo l’introduzione di Rita Maria Casagrande. La storia è ambientata nel giugno 1970 durante i Mondiali in Messico, quando la Nazionale italiana giocò la “partita del secolo” contro la Germania Ovest. Bordelli è in pensione, ma Piras lo coinvolge nelle nuove indagini.

La differenza tra il senso di giustizia del commissario e la legge è una costante. Perché?
“Il commissario è una sorta di paladino della giustizia al di là della legge. Esce dai binari fino alle estreme conseguenze, non per vendetta personale ma per vendicare chi non lo può fare. Non sopporta i soprusi”.

Quattordicesima avventura del commissario Bordelli. La serie prosegue con successo… 
“Conan Doyle fece morire Sherlock Holmes, ma poi lo resuscitò per volontà dei lettori e dell’editore. A me ancora Bordelli sta simpatico, io quando entro nel suo mondo mi trovo bene, mi piace il suo panorama affettivo, i rapporti con Rosa, Piras, Diotivede, il Botta, tutti i suoi amici che lo tengono a galla, come l’amore con Eleonora, perché da poliziotto vede il lato peggiore della vita ovvero i crimini”.

Mai pensato di ‘tradire’ Bordelli con un altro personaggio seriale?
“A tavolino no, ma se succede sì. Non nel poliziesco. Ho scritto altri romanzi senza il commissario, per esempio il protagonista di ‘Nero di luna’ ogni tanto mi chiama per farsi raccontare in una nuova storia, può darsi”.

Bordelli sta cercando di avere un figlio da Eleonora. Lei è convinta che sarà una bambina e glielo conferma Rosa. “Sono sorprese anche per me che racconto la storia. Quando entro in quel mondo non so che cosa troverò o chi incontrerò e la cosa bella della scrittura è proprio questa. È come andare nel bosco di notte con una torcia accesa e illuminare il sentiero, che esiste, ma io non so dove porterà, lo seguo mentre cammino. Quando salgo le scale col commissario per andare da Rosa io non so che cosa succederà”.

E la parte poliziesca?
“È quella da scrivere per me meno appassionante. L’unica cosa che conta nella letteratura è entrare nell’animo dei personaggi”.

Che cosa si aspetta dalla scrittura?
“Se sapessi già tutto prima sarebbe molto noioso. Io voglio che sia per me un percorso di conoscenza, che dall’inizio alla fine del romanzo riesca a cambiare qualcosa di me e questo si fa con la scoperta, con un percorso non programmato”.

Qual è la maggiore soddisfazione da scrittore?
“Scrivere anche per chi non legge tanto. A volte mi capitano persone che avevano smesso di leggere e che mi confidano di avere ripreso perché hanno letto i miei romanzi. È la cosa più bella che mi si possa dire, come una signora che mi fermò per ringraziarmi perché non aveva mai visto il marito con un libro in mano e ora le chiedeva quando usciva il prossimo di Vichi, questa per me è una conquista stupenda. Farsi raccontare una storia è una delle cose più belle che viviamo fin da bambini con le fiabe”. 

Alla fine dell’evento si presentano le poesie di Paola Cannas.

“Le poesie che il commissario trova nella scatola di scarpe piena di fotografie di famiglia sono quelle che aveva scritto la mia mamma e, a 84 anni, mi chiese di leggere. Mi toccarono profondamente e furono pubblicate da un piccolo editore toscano. Quando lei se ne è andata, le ho proposte a Guanda e le hanno ripubblicate, quindi abbiamo lo stesso editore. Per volontà di mia mamma i proventi delle sue poesie sostengono un’associazione di Parma, Il Filo di juta, che aiuta i più poveri in Bangladesh”. 


Nella foto: Rita Maria Casagrande, Marco Vichi, Federica Miniati, Leonardo Gori
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