Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Non ho scritto tanto per scrivere un libro”, dice Francesca Cerreto, autrice di “Sogno imperfetto(I libri di Mompracem, Betti Editrice). 

“Tutto quello che racconto nasce dal diario che tenevo in quel periodo per dare sfogo alle mie emozioni nei momenti di difficoltà, sia durante l’adozione che all’arrivo in famiglia di mio figlio”. Francesca Cerreto narra l’esperienza personale dell’adozione di un bambino con delle fragilità.

Come vivere diversamente felici”, recita il sottotitolo del libro presentato alla Sala Soci Coop Ponte a Greve con Ilaria Stefanucci, le letture dei Nonni Leggendari e l’Associazione Liberamente per BiblioteCaNova Isolotto. “Da occuparsi solo di noi stessi”, prosegue l’autrice, “mio marito e io ci siamo ritrovati a occuparci di un bambino di tre anni, proveniente da un altro paese, che si sentiva un estraneo. Per noi erano situazioni di gioia, ma anche di non sapere che fare. Scrivevo per canalizzare le emozioni, poi è nata l’idea di condividerle, perché ho pensato che potessero essere utili per genitori adottivi o di bambini con delle fragilità, per fare vedere che quel sentirsi soli e spaesati non è solo una loro sensazione ma anche di altri. Non scrivevo per un lettore, ho pensato a lungo se trasformarlo in un libro oppure no”.

Una storia vera, raccontata in modo disarmante per la sua sincerità. 
“Non ho usato il mio vero nome, né quello di mio figlio per proteggerlo e non renderlo subito identificabile, ma i nomi sono l’unica finzione narrativa”.

Che cosa è il sogno imperfetto?
In una società in cui tutti mostrano la loro bellezza, io racconto una vita meravigliosa in un’accezione diversa, perché la bellezza non deve essere per forza abbinata alla perfezione”.

La testimonianza intima si fa universale, nel segno della letteratura che traduce su carta i sentimenti autentici. Francesca Cerreto condivide il proprio percorso su un tema delicato e lo fa con sensibilità, mostrando la propria vulnerabilità, le paure e le speranze spesso sottaciute. L’umanità di una madre e di un padre che riconoscono il loro bambino in Serghey, in un piccolo villaggio in Russia, in una grande camera con tanti altri bambini.

Il libro è in prima persona, sotto forma di lettera indirizzata al figlio. Perché?
“Per condividere il percorso emotivo e per restituire a mio figlio la sua storia. Quando sarà adulto, potrà ricostruire un passato anche prima di noi, perché ognuno ha bisogno delle proprie radici. Ed è anche un modo per spiegargli come è nato il desiderio di un figlio e che lui sappia quanto è grande il nostro amore”.

Che cosa le piacerebbe trasmettere con questo libro? 
“Che contribuisse a stimolare nel lettore nuovi pensieri e cambiare l’approccio mentale verso chi per qualsiasi motivo è distante dallo standard di normalità. Che aiuti ad andare oltre la diffidenza. A volte siamo impauriti dai comportamenti diversi, ma quando c’è la conoscenza il pregiudizio scompare. Parliamo di fragilità e in questa società individualista le famiglie con un figlio disabile sono molto sole per i mezzi offerti dallo Stato e perché il prossimo non si rende conto delle difficoltà che possono riguardare un figlio, un fratello, un genitore. Tutti possiamo fare un piccolo gesto di accoglienza”. 
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