“Antropologia e pratica dell’appiciare in Toscana”. Così recita il sottotitolo di “Voglia di pici” (ed. I libri di Mompracem). Ma che
significa “appiciare”? “Si può applicare alla pasta dei pici il gesto istintivo che fanno i bambini con un pezzetto di pongo, uno dei primi gesti per plasmare la materia” risponde Roberta Perugini, libraia da una vita e piciologa come si definisce nella quarta di copertina, autrice del libro insieme a Marco Ginanneschi, esperto di prodotti agroalimentari tradizionali e di indicazioni geografiche.
Come scrive nella prefazione Paolo Ciampi, questo “piccolo grande libro” è “un’originale esplorazione della dimensione sociale dei pici e del significato più profondo dell’appiciare”. I pici, o lunghetti, fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Toscana e sono molto più di una pasta fatta in casa. La loro invenzione risale agli Etruschi, come è testimoniato in un affresco nella Tomba dei Leopardi a Tarquinia dove è raffigurato un servo che porta a tavola una ciotola da cui pendono lunghi fili di pasta.
I pici come patrimonio familiare, una memoria di gesti da non perdere. “Credo che il gesto di appiciare nella mia famiglia
si apprendesse contestualmente al parlare e al camminare” scrive Roberta Perugini. Un incontro tra generazioni, unite nonostante le inevitabili differenze, proprio come sono i pici, ognuno distinto dall’altro, imperfetto perciò autentico. Il libro nasce dalle master class a Itaca, la residenza letteraria in via San Domenico, organizzate con una parte teorica e una pratica per imparare a stendere i pici.
E così è strutturato il volume, che è studio antropologico, saggio di cultura gastronomica e libro di ricette, dodici suddivise in tradizionali, innovative e “rivoluzionarie”. Traspare un forte senso di appartenenza al territorio e alla tradizione toscana, si parla della festa dei pici, detta “Appicicchia”, a metà luglio a Castelmuzio, noto anche per l’olio. Di “Appicicchia” ci sono già state una decina di edizioni. Sono delle gare a squadre con una giuria di quattro giudici: un cuoco stellato, un buongustaio, una maestra nell’arte di appiciare e un esperto aggiunto. Seguono quattro criteri: l’elasticità dell’impasto, l’aspetto estetico, la misurazione del peso in venti minuti di lavorazione, l’assaggio in abbinamento al sugo, quello perfetto è all’aglione. È un modo per stare insieme, anche un padre con un figlio, perché la lentezza della preparazione stimola il dialogo.
I pici come dichiarazione o atto d’amore, perché un lungo filo di pasta può unire due persone: come scrive Ginanneschi, autore anche delle illustrazioni, “a un capo e poi all’altro di un picio sono sospesi il nostro passato e il nostro futuro”. Perché appiciare? “Perché questi gesti antichi rendono le persone felici”.
significa “appiciare”? “Si può applicare alla pasta dei pici il gesto istintivo che fanno i bambini con un pezzetto di pongo, uno dei primi gesti per plasmare la materia” risponde Roberta Perugini, libraia da una vita e piciologa come si definisce nella quarta di copertina, autrice del libro insieme a Marco Ginanneschi, esperto di prodotti agroalimentari tradizionali e di indicazioni geografiche.
Come scrive nella prefazione Paolo Ciampi, questo “piccolo grande libro” è “un’originale esplorazione della dimensione sociale dei pici e del significato più profondo dell’appiciare”. I pici, o lunghetti, fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Toscana e sono molto più di una pasta fatta in casa. La loro invenzione risale agli Etruschi, come è testimoniato in un affresco nella Tomba dei Leopardi a Tarquinia dove è raffigurato un servo che porta a tavola una ciotola da cui pendono lunghi fili di pasta.
I pici come patrimonio familiare, una memoria di gesti da non perdere. “Credo che il gesto di appiciare nella mia famiglia
si apprendesse contestualmente al parlare e al camminare” scrive Roberta Perugini. Un incontro tra generazioni, unite nonostante le inevitabili differenze, proprio come sono i pici, ognuno distinto dall’altro, imperfetto perciò autentico. Il libro nasce dalle master class a Itaca, la residenza letteraria in via San Domenico, organizzate con una parte teorica e una pratica per imparare a stendere i pici.
E così è strutturato il volume, che è studio antropologico, saggio di cultura gastronomica e libro di ricette, dodici suddivise in tradizionali, innovative e “rivoluzionarie”. Traspare un forte senso di appartenenza al territorio e alla tradizione toscana, si parla della festa dei pici, detta “Appicicchia”, a metà luglio a Castelmuzio, noto anche per l’olio. Di “Appicicchia” ci sono già state una decina di edizioni. Sono delle gare a squadre con una giuria di quattro giudici: un cuoco stellato, un buongustaio, una maestra nell’arte di appiciare e un esperto aggiunto. Seguono quattro criteri: l’elasticità dell’impasto, l’aspetto estetico, la misurazione del peso in venti minuti di lavorazione, l’assaggio in abbinamento al sugo, quello perfetto è all’aglione. È un modo per stare insieme, anche un padre con un figlio, perché la lentezza della preparazione stimola il dialogo.
I pici come dichiarazione o atto d’amore, perché un lungo filo di pasta può unire due persone: come scrive Ginanneschi, autore anche delle illustrazioni, “a un capo e poi all’altro di un picio sono sospesi il nostro passato e il nostro futuro”. Perché appiciare? “Perché questi gesti antichi rendono le persone felici”.
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