Si fa presto a dire che "i soldi fanno la felicità". Certo, essere ricchi aiuta. Eppure, come dimostra questa disgraziata stagione viola (e volendo il discorso si potrebbe allargare), avere e spendere tanto danaro non è (sempre) sinonimo di successo. Anzi. E bastarebbe chiedere al Manchester United, o perché no alla Juventus del tanto esaltato Giuntoli, per avere delucidazioni a riguardo. La stessa Fiorentina appunto, è un non esaltante esempio di come si possano gettare dalla finestra risorse che se spese in un altro modo sarebbe potute bastare come minimo per lottare per un posto in Europa. E invece, da queste parti, siamo riusciti a spendere 92 milioni di euro, a portare il monte ingaggi a quota 60 (spicciolo più, spicciolo meno) per ritrovarsi in lotta per non retrocedere, nel playoff di Conference avendo mancato la qualificazione diretta agli ottavi, e fuori dalla Coppa Italia senza aver nemmeno provato a passare il turno. Ed ogni riferimento alla sfida (imbarazzante) col Como non è puramente casuale.
E così torniamo al punto di partenza. Quando si parla della formazione di Fabregas infatti, spesso si riduce tutto al fatto che essendo fuori dalle coppe (e quindi non sottoposto ai paletti del Fair Play finanziario) abbiano potuto spendere sul mercato quello che volevano. Verissimo. Così come sarebbe assurdo negare che poter buttare sul piatto oltre 100 milioni (126 per l'esattezza, al netto di quanto incassato dalle pochissime cessioni) sia un privilegio che in pochissimi (soprattutto in questa serie A) possono o potranno permettersi. Da qua a dire che i risultati che ne stanno seguendo fossero scontati, quasi obbligatori a sentir qualcuno, ce ne passa. Basterebbe far lo sforzo di andare un minimo più a fondo infatti, per scoprire quanto interessante (e per certi versi rivoluzionario per il calcio italiano) sia il progetto che sta nascendo su quel ramo del lago...Una rivoluzione che si potrebbe sintetizzare con una parola: competenza. E poi idee, coraggio, lungimiranza. Soprattutto lungimiranza. Prendendo in esame l'ultimo mercato estivo per esempio, si scopre che gli acquisti (voluti e scelti espressamente dall'allenatore, altra rarità) hanno un'età media di 24,7 anni. Non a caso, quella che domani sfiderà la Fiorentina, è la rosa più giovane del campionato. Gente come Baturina, Jesus Rodriguez, Khun , Addai, Perrone tanto per esser chiari, tra un anno o due potrebbe benissimo essere rivenduta per il doppio, o forse il triplo rispetto al prezzo investito per averli. Per non parlare di Nico Paz. Dicono: "Facile fare il calcio spettacolo e vincere le partite con uno così". Come se quelli che ora sprecano fiato per esprimere concetti del genere, un anno fa, sapessero anche solo dell'esistenza di questo fenomeno. E come lui, appunto, quasi tutti i ragazzi voluti e portati in Italia da Fabregas.
Paz, e Fabregas. Nico, e Cesc. Sono loro il manifesto di quello che sta nascendo a Como. Una società che ha tanti soldi in cassa, ma che che ha deciso di investirli (non spenderli, che è un'altra cosa) puntanto sui giovani e sulla creazione di uno stile ben preciso e riconoscibile. Oggi infatti pensi a quella squadra, e hai bene in mente cosa sia, che calcio proponga, e cosa possa diventare nel tempo. Certo. Resta il limite di una piazza piccolissima, di una tifoseria che si fatica a definir tale e di una tradizione sostanzialmente inesistente. Tutti aspetti, questi, dei quali invece è ed è sempre stata ricchissima Firenze. Il problema, e Fabio Paratici l'ha capito subito, è che raramente la Fiorentina ha saputo viaggiare di pari passo col "marchio" della città. Si è visto qualcosa qua e là, per esempio in alcuni anni della gestione Della Valle, e poteva diventare qualcosa di simile la squadra nata sotto le mani di Vincenzo Italiano. Invece, si è quasi sempre scelto di buttar via tutto. Pensando all'oggi (vendere praticamente alla prima offerta qualsiasi talento ci si ritrovasse tra le mani o portando gente che non aveva prospettiva) e quasi mai al domani. La differenza insomma, non è e non può essere solo in quei 30 milioni in più che il Como ha speso sul mercato. In quei 23 punti (e la formazione di Fabregas ha una partita in meno) di differenza in classifica con le quali domani ci si presenterà al confronto diretto c'è anche (e forse soprattutto) tutto il resto. Un gap incolmabile? Assolutamente no. Basta aver l'umiltà di riconoscere gli errori fatti e, finalmente, affidarsi a chi sa come si fa. E l'arrivo di Paratici, pur senza voler volare troppo con sogni e pensieri, rappresenta almeno un primo, importantissimo passo per tornare alla normalità. Quella percui la grande è la Fiorentina, e non il Como. Quella per cui la trasferta sul lago sia solo una tappa verso traguardi ambiziosi e non una partita che "se si perde ci sta"...
E così torniamo al punto di partenza. Quando si parla della formazione di Fabregas infatti, spesso si riduce tutto al fatto che essendo fuori dalle coppe (e quindi non sottoposto ai paletti del Fair Play finanziario) abbiano potuto spendere sul mercato quello che volevano. Verissimo. Così come sarebbe assurdo negare che poter buttare sul piatto oltre 100 milioni (126 per l'esattezza, al netto di quanto incassato dalle pochissime cessioni) sia un privilegio che in pochissimi (soprattutto in questa serie A) possono o potranno permettersi. Da qua a dire che i risultati che ne stanno seguendo fossero scontati, quasi obbligatori a sentir qualcuno, ce ne passa. Basterebbe far lo sforzo di andare un minimo più a fondo infatti, per scoprire quanto interessante (e per certi versi rivoluzionario per il calcio italiano) sia il progetto che sta nascendo su quel ramo del lago...Una rivoluzione che si potrebbe sintetizzare con una parola: competenza. E poi idee, coraggio, lungimiranza. Soprattutto lungimiranza. Prendendo in esame l'ultimo mercato estivo per esempio, si scopre che gli acquisti (voluti e scelti espressamente dall'allenatore, altra rarità) hanno un'età media di 24,7 anni. Non a caso, quella che domani sfiderà la Fiorentina, è la rosa più giovane del campionato. Gente come Baturina, Jesus Rodriguez, Khun , Addai, Perrone tanto per esser chiari, tra un anno o due potrebbe benissimo essere rivenduta per il doppio, o forse il triplo rispetto al prezzo investito per averli. Per non parlare di Nico Paz. Dicono: "Facile fare il calcio spettacolo e vincere le partite con uno così". Come se quelli che ora sprecano fiato per esprimere concetti del genere, un anno fa, sapessero anche solo dell'esistenza di questo fenomeno. E come lui, appunto, quasi tutti i ragazzi voluti e portati in Italia da Fabregas.
Paz, e Fabregas. Nico, e Cesc. Sono loro il manifesto di quello che sta nascendo a Como. Una società che ha tanti soldi in cassa, ma che che ha deciso di investirli (non spenderli, che è un'altra cosa) puntanto sui giovani e sulla creazione di uno stile ben preciso e riconoscibile. Oggi infatti pensi a quella squadra, e hai bene in mente cosa sia, che calcio proponga, e cosa possa diventare nel tempo. Certo. Resta il limite di una piazza piccolissima, di una tifoseria che si fatica a definir tale e di una tradizione sostanzialmente inesistente. Tutti aspetti, questi, dei quali invece è ed è sempre stata ricchissima Firenze. Il problema, e Fabio Paratici l'ha capito subito, è che raramente la Fiorentina ha saputo viaggiare di pari passo col "marchio" della città. Si è visto qualcosa qua e là, per esempio in alcuni anni della gestione Della Valle, e poteva diventare qualcosa di simile la squadra nata sotto le mani di Vincenzo Italiano. Invece, si è quasi sempre scelto di buttar via tutto. Pensando all'oggi (vendere praticamente alla prima offerta qualsiasi talento ci si ritrovasse tra le mani o portando gente che non aveva prospettiva) e quasi mai al domani. La differenza insomma, non è e non può essere solo in quei 30 milioni in più che il Como ha speso sul mercato. In quei 23 punti (e la formazione di Fabregas ha una partita in meno) di differenza in classifica con le quali domani ci si presenterà al confronto diretto c'è anche (e forse soprattutto) tutto il resto. Un gap incolmabile? Assolutamente no. Basta aver l'umiltà di riconoscere gli errori fatti e, finalmente, affidarsi a chi sa come si fa. E l'arrivo di Paratici, pur senza voler volare troppo con sogni e pensieri, rappresenta almeno un primo, importantissimo passo per tornare alla normalità. Quella percui la grande è la Fiorentina, e non il Como. Quella per cui la trasferta sul lago sia solo una tappa verso traguardi ambiziosi e non una partita che "se si perde ci sta"...
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