Riscoperte nei depositi delle Gallerie degli Uffizi di Firenze "alcune casse di materiale archeologico non inventariato" contenenti 164 reperti, tra statuette, vasi e bronzetti. La descrizione delle opere e la ricostruzione della loro storia sono contenute in un articolo apparso sul magazine degli Uffizi, firmato da Ylenia Carbonari.
La collezione, probabilmente oggetto di una confisca dell'Ufficio recuperi guidato da Rodolfo Siviero dopo la Seconda guerra mondiale, è riemersa dai depositi degli Uffizi durante la pandemia del 2020, quando il museo incaricò alcuni dipendenti di fare dei controlli nei depositi sullo stato di conservazione delle opere. La collezione, che conta 164 reperti - 111 manufatti in terracotta, 7 piccoli vasi, 38 lucerne fittili e 8 bronzetti egizi - copre un arco cronologico che va dalla tarda età dinastica egizia fino all'epoca paleocristiana. Il nucleo più consistente di reperti è costituito dalle statuette fittili, probabilmente collegabili alla produzione dell'area di Alessandria d'Egitto. La loro funzione, si spiega, era per lo più connessa a ex voto religiosi o a offerte funerarie come oggetti di corredo. Il tratto che accomuna molte delle statuette, che rappresentano divinità come Afrodite, Nike, Atena, Iside e Serapide, è la presenza di policromia.
Le ricerche sulla storia conservativa dei reperti hanno portato gli studiosi a collegare i reperti al medico tedesco Max Reich, residente a Merano negli anni della Seconda guerra mondiale. Dopo la sua morte, la collezione fu confiscata nel 1947 dall'Ufficio recuperi guidato da Rodolfo Siviero e poi trasferita a Roma. Una parte dei materiali fu esposta alla 'Seconda Mostra nazionale delle opere recuperate dalla Germania' nel 1950 a Palazzo Venezia e nel 1952 a Palazzo Vecchio. Dalla ricostruzione emerge inoltre che dall'inventario del 1949 risultavano oltre 300 opere: i reperti rimasti agli Uffizi coincidono con quelli esposti nelle mostre, mentre un'altra parte della collezione risulta mancante. "Sono in corso ricerche in merito, anche in collaborazione con i Carabinieri del nucleo Tutela del patrimonio culturale".
La collezione, probabilmente oggetto di una confisca dell'Ufficio recuperi guidato da Rodolfo Siviero dopo la Seconda guerra mondiale, è riemersa dai depositi degli Uffizi durante la pandemia del 2020, quando il museo incaricò alcuni dipendenti di fare dei controlli nei depositi sullo stato di conservazione delle opere. La collezione, che conta 164 reperti - 111 manufatti in terracotta, 7 piccoli vasi, 38 lucerne fittili e 8 bronzetti egizi - copre un arco cronologico che va dalla tarda età dinastica egizia fino all'epoca paleocristiana. Il nucleo più consistente di reperti è costituito dalle statuette fittili, probabilmente collegabili alla produzione dell'area di Alessandria d'Egitto. La loro funzione, si spiega, era per lo più connessa a ex voto religiosi o a offerte funerarie come oggetti di corredo. Il tratto che accomuna molte delle statuette, che rappresentano divinità come Afrodite, Nike, Atena, Iside e Serapide, è la presenza di policromia.
Le ricerche sulla storia conservativa dei reperti hanno portato gli studiosi a collegare i reperti al medico tedesco Max Reich, residente a Merano negli anni della Seconda guerra mondiale. Dopo la sua morte, la collezione fu confiscata nel 1947 dall'Ufficio recuperi guidato da Rodolfo Siviero e poi trasferita a Roma. Una parte dei materiali fu esposta alla 'Seconda Mostra nazionale delle opere recuperate dalla Germania' nel 1950 a Palazzo Venezia e nel 1952 a Palazzo Vecchio. Dalla ricostruzione emerge inoltre che dall'inventario del 1949 risultavano oltre 300 opere: i reperti rimasti agli Uffizi coincidono con quelli esposti nelle mostre, mentre un'altra parte della collezione risulta mancante. "Sono in corso ricerche in merito, anche in collaborazione con i Carabinieri del nucleo Tutela del patrimonio culturale".
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