Il sistema delle consegne a domicilio solleva seri interrogativi etici e sociali. A sostenerlo è lo chef e docente Guido Mori, che denuncia le condizioni di lavoro dei rider, definiti «lavoratori senza diritti» spesso sfruttati dalle piattaforme di delivery.
Secondo Mori, i ciclofattorini operano quasi sempre con partita Iva ma lavorano in modo continuativo per una o due aziende, configurando di fatto un rapporto di lavoro dipendente mascherato. In teoria, spiega, rivolgendosi a un giudice potrebbero ottenere l’assunzione, ma nella pratica il sistema continua a funzionare senza garantire tutele, mezzi adeguati o sicurezza sul lavoro.
Il lavoro dei rider è regolato dagli algoritmi delle piattaforme, che assegnano gli ordini e stabiliscono tempi e ranking. Più un fattorino è disponibile, più ha possibilità di lavorare. Questo porta molti a restare in strada anche dieci ore al giorno per guadagni mensili tra i 1.100 e i 1.600 euro lordi, che Mori stima in meno di tre euro l’ora.
Per lo chef il sistema andrebbe ripensato e regolato applicando le leggi già esistenti. Tuttavia, uscire da questo modello avrebbe conseguenze: da un lato sarebbe necessario garantire ai rider un lavoro dignitoso, dall’altro aumenterebbero i costi del servizio per i consumatori.
Il fenomeno riguarda spesso lavoratori stranieri, ma negli ultimi tempi Mori osserva anche la presenza di rider italiani tra i 45 e i 50 anni, persone che dopo aver perso il lavoro si reinventano in questo settore. A crescere sono anche i cosiddetti “ghost restaurant”, locali che lavorano esclusivamente per il delivery e che stanno trovando spazio anche a Firenze.
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