Dopo Sanremo, nuovo album e club tour

La grinta dei loro live è un marchio di fabbrica. “CLUB TOUR 2026” è il tour che riporta Bambole di Pezza nei club, spazi che esaltano l’energia e la dimensione diretta del concerto. A Firenze appuntamento martedì 21 aprile all’Otel, nuova location dei live Viper Theatre.
I biglietti – posto unico 34,50 euro - sono disponibili su ticketone.it (tel. 892.101) e nei punti Box Office Toscana (www.boxofficetoscana.it/punti-vendita - tel. 055.210804).

Il tour segue la partecipazione al Festival di Sanremo 2026 con il brano “Resta con me”, una power ballad capace di unire l’impatto emotivo a una scrittura matura, senza rinunciare all’identità rock che le contraddistingue. Lo scorso marzo è uscito il loro nuovo album, “5”, consolidando il loro ruolo di icone di una scena musicale che finalmente impara a declinare il rock al femminile.

Le Bambole di Pezza hanno costruito il proprio successo soprattutto dal vivo, con centinaia di concerti in Italia e all’estero, partecipazioni ai principali festival e aperture a grandi nomi della scena rock internazionale come Ska-P, Def Leppard, Mötley Crüe, Sex Pistols ed Editors. I loro live sono sempre caratterizzati da un forte impatto sonoro e da un rapporto viscerale con il pubblico.

Le Bambole di Pezza sono Martina “Cleo” Ungarelli (voce), Federica “Xina” Rossi (batteria e cori), Daniela “Dani” Piccirillo (chitarra ritmica e cori), Lisa “Morgana Blue” Cerri (chitarra solista) e Caterina Alessandra “Kai” Dolci (basso e cori).

5 - “5” è il nuovo album delle Bambole di Pezza, fuori per Emi / Universal Music, in versione cd e vinile. Cinque come le componenti della band, cinque come i loro dischi, ma anche come un numero che sta in equilibrio: impossibile da dividere in modo simmetrico; la somma di cinque personalità unite in un’unica identità collettiva.
Il manifesto programmatico è “Effetto collaterale”, che apre il disco come una scarica elettrica: “Siamo la crepa che rompe tutto lo schema / un errore di sistema”. È rock, ma è anche qualcosa di più: un’idea di comunità, una generazione che non accetta più le etichette né le divisioni. L’energia delle Bambole di Pezza è sempre stata questa: punk, pop, ironia e rabbia mescolati nello stesso amplificatore.
“Resta con me resta” il cuore emotivo del disco. Una canzone che racconta notti insonni e crescita personale, con quella frase che sembra il manifesto di tutta la loro storia: “Per diventare ciò che sono ho camminato sola”. Ed è difficile non leggere in queste parole anche il percorso della band: fermatasi, ripartita, ricostruita pezzo per pezzo fino alla nuova formazione che oggi porta sul palco una miscela di sorellanza, chitarre e orgoglio rock.

Ma il disco non vive solo di slogan o di rabbia. Dentro c’è anche la capacità di raccontare il presente con leggerezza intelligente. “FOMO del sabato sera” è una fotografia generazionale: il paradosso di una notte che promette tutto e lascia addosso solo una sensazione di movimento senza direzione.

Il titolo prende in prestito un’espressione ormai globale (Fear Of Missing Out) ma le Bambole di Pezza la riportano a terra, dentro una notte qualunque, tra traffico, pensieri che girano a vuoto e quella sensazione di essere sempre nel posto sbagliato. “Tutto gira e io sto ferma / sarà il mondo che va di fretta o solo la mia testa”: non è più solo la paura di perdersi qualcosa, ma il sospetto che quel qualcosa forse non esista davvero.

È la fotografia di una generazione iperconnessa e allo stesso tempo disorientata, dove anche uscire il sabato sera può diventare un cortocircuito emotivo. E quando cantano “cerco il senso della vita dentro una granita”, c’è tutta la loro poetica: ironica, fragile, lucidissima.


“Nuda ma alla moda” gioca invece con l’immaginario pop e con l’autonarrazione femminile: ironia, seduzione, citazioni che vanno da Margot Robbie a Leonardo DiCaprio, da Hollywood ai Nirvana. Dentro una forma pop immediata, si nasconde una riflessione più profonda su cosa significhi oggi mostrarsi – e soprattutto su chi ha davvero il controllo dello sguardo. E in questo gioco di specchi, tra seduzione e consapevolezza, le Bambole di Pezza trovano uno dei loro punti più contemporanei: essere nude, ma finalmente alle proprie condizioni. È il corpo che smette di essere oggetto e torna a essere linguaggio, scelta, ironia.
“Glitter!” è invece una piccola vendetta luminosa: una rottura sentimentale trasformata in emancipazione. La canzone parte da una fine – quella di una relazione – e la trasforma in un atto di ricostruzione personale. “Da quando sei andato via, la sento ancora più mia”: la casa, il corpo, la musica. Tutto torna ad appartenere a chi canta. Il “glitter” del titolo non è solo estetica, non è decorazione. È una metafora precisa: qualcosa che resta addosso anche dopo che la festa è finita, che illumina ma allo stesso tempo non si riesce a togliere completamente. Come certe storie. Come certe ferite. E quando arriva la stoccata finale – “del mio mood tu eri il killer, oggi io sento solo glitter” – le Bambole di Pezza fanno quello che sanno fare meglio: trasformare una fragilità in dichiarazione di forza. Non è una canzone contro qualcuno. È una canzone a favore di sé.
In mezzo, brani come “Orizzonte verticale” e “Siderale” mostrano un lato più introspettivo: canzoni sospese tra malinconia e desiderio di fuga, dove il rock lascia spazio a una scrittura quasi cinematografica.
L’immagine chiave (“se guardo l’orizzonte adesso è verticale”) è potente: ribalta la prospettiva, racconta una perdita di equilibrio ma anche la possibilità di vedere il mondo da un’altra angolazione. È una canzone sulla vertigine di crescere, sul rischio di scegliere, sul coraggio (non sempre lineare) di cambiare direzione.
Poi arriva uno dei momenti più attesi. Durante la serata cover di Sanremo la band ha portato sul palco “Occhi di gatto” insieme a Cristina D’Avena, trasformando una sigla cult degli anni Ottanta in un rito pop generazionale. Quella performance — tra nostalgia, ironia e chitarre — è diventata uno dei momenti più condivisi del Festival. Nel disco la traccia resta come un piccolo cortocircuito emotivo: l’infanzia che incontra il punk.

Verso il finale il disco cambia temperatura. “666 sulla mia pelle” e “Antiproiettile” parlano di cicatrici, dipendenze emotive, relazioni che lasciano segni. Ma anche qui la prospettiva non è mai vittimistica.
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