Il terzino viola Dodô si racconta tra il dramma vissuto allo Shakhtar Donetsk, un passato familiare segnato e la forza ritrovata grazie alla famiglia

Un racconto tra passato e affetti. Il difensore brasiliano della Fiorentina Dodô è intervenuto sui canali ufficiali viola, ripercorrendo anche le difficoltà vissute da giovane e il rapporto con la famiglia: «Ho un fratello più grande, da parte di mia madre. A 16 anni è entrato in un giro pericoloso. Ricordo una notte, siamo andati a prenderlo in strada: era ubriaco e due persone volevano sparargli. Mia madre pregava perché non lo facessero. Poi è sparito per due mesi. Quando è tornato, era inseguito dalla polizia che iniziava a sparare. Sono stati momenti durissimi, mia madre ha sofferto tanto. Io avevo 11 anni. A 18 anni è finito in carcere, dove è rimasto per 15 anni. Oggi lavora nelle costruzioni in Brasile. Quando sono diventato calciatore ho provato ad aiutarlo, ma non riusciva a seguire quello che diceva mia madre e a un certo punto ho dovuto prendere le distanze. Sono comunque orgoglioso di lui, perché è riuscito a uscire da quella vita. Ma certi ricordi restano. Sono cresciuto in un quartiere dove tanti ragazzi finiscono così».

Poi il capitolo legato allo Shakhtar Donetsk e alla guerra: «Per me è stata una squadra importantissima, sono arrivato lì a 18-19 anni. Era una città bellissima, stavamo bene e avevamo una squadra forte, pronta per la Champions. Poi, in un giorno normale, tutto è cambiato. Mi ero appena fatto i capelli per la partita, dormivo quando mia moglie mi ha chiamato dicendo che la Russia aveva iniziato a bombardare. Le dicevo di stare tranquilla, ma appena ho riattaccato ho sentito le esplosioni. Vivevamo vicino all’aeroporto e le prime bombe sono cadute proprio lì. Mi sono affacciato e tutti cercavano di scappare. Noi però non potevamo. Ci siamo ritrovati nell’hotel della squadra, cercando aiuto ovunque, ma era difficilissimo uscire. Sono passati sette giorni. Alcuni volevano fuggire di notte, ma i militari sparavano. C’erano compagni con mogli e bambini piccolissimi. Mia moglie e mia figlia erano in Brasile. Un giorno è arrivato un reporter di guerra e ci ha detto che l’unica possibilità era prendere un treno in partenza dopo mezz’ora per Budapest. Siamo partiti subito, solo con il passaporto. La stazione era piena, ma grazie all’aiuto della federazione siamo riusciti a salire. Era un treno cargo: 16 ore in piedi, con bambini in braccio. Abbiamo visto Kiev devastata. Se non fosse arrivato quel giornalista, non so come sarebbe finita. Júnior Moraes aveva paura di essere fermato, ma è stato fondamentale per tenerci uniti. Anche con David Neres abbiamo legato molto. Non auguro a nessuno di vivere una cosa simile».

Un ricordo speciale anche in campo, nella notte di Champions a San Siro contro l’Atalanta: «Non pensavo nemmeno di essere convocato. Stavamo perdendo 1-0, poi abbiamo pareggiato e al 92’ sono entrato. L’allenatore mi disse di restare dietro, che il pari andava bene. Ma quando abbiamo recuperato palla sono partito in contropiede. Robin Gosens ha provato a fermarmi, ma sono riuscito a servire Manor Solomon che ha segnato. Da lì è cambiato tutto per entrambi. Anche nella partita dopo, contro il City, stessa azione e stesso risultato. Ma è da quella sera con l’Atalanta che ho fatto il salto di qualità. A Gosens lo ricordo ancora oggi».

Infine, la vita privata e la famiglia: «Filippo vuole sempre giocare a pallone, andare ai giardini. Piange spesso, mentre Aurora è come me, ride tutto il giorno. Il calcio mi dà una gioia incredibile, ma anche fuori dal campo ho qualcosa di speciale. Mio figlio vuole provare anche il basket, mia figlia sogna di cantare. Mia moglie è fondamentale: mi ha fatto crescere tanto, mi dice di pensare solo al campo e si occupa di tutto il resto. Sa che per rendere al meglio devo essere felice. Mi aiuta a ritrovare subito la giusta mentalità. È una donna straordinaria».
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