In Toscana prosegue il processo di trasformazione del commercio al dettaglio, con una forte riduzione dei negozi di prossimità a fronte di una crescita di addetti e fatturato. Secondo i dati dell’osservatorio Nomisma, tra il 2015 e il 2025 sono scomparse 7.149 botteghe, pari a circa il 10% del totale nazionale delle chiusure.
Nonostante il calo degli esercizi, il settore registra un aumento dei lavoratori (+31mila) e dei ricavi (+37,8%), segno di un commercio sempre più concentrato e strutturato, dominato da grandi catene, supermercati e franchising. Questo processo, però, comporta anche effetti sociali rilevanti: la progressiva scomparsa dei negozi di quartiere indebolisce le reti relazionali, la vitalità dei centri urbani e il controllo sociale informale.
A crescere in modo più marcato è il settore della ristorazione — bar, ristoranti e fast food — che sostituisce fisicamente molti negozi tradizionali, soprattutto nei centri storici, fenomeno definito da Nomisma come “espulsione commerciale”. In difficoltà invece librerie, attività culturali e il comparto dell’abbigliamento, penalizzati da e-commerce e concorrenza delle grandi catene.
Sul territorio, Pisa è la provincia con il maggior numero di chiusure (-1.367 esercizi), seguita da Firenze (-956). In termini percentuali soffre maggiormente Massa Carrara (-16%), mentre Prato è la provincia più stabile (-2%). Firenze, pur perdendo negozi, registra però il maggior aumento di addetti (+25%) e una crescita dei ricavi del 35%.
Secondo Nomisma, la trasformazione in atto mette in discussione anche il modello tradizionale di città, rendendo necessarie politiche pubbliche e strategie private per salvaguardare il ruolo economico e sociale del commercio di prossimità. Lo scrive il Corriere Fiorentino.
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