Se Michelangelo Buonarroti era già considerato un genio dai suoi contemporanei, fu la fotografia, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, a renderlo un'icona riconosciuta in tutto il mondo. È questo il filo conduttore della mostra "Da Michelangelo a Rodin nell'obiettivo degli Alinari", ospitata alla Casa Museo Ivan Bruschi di Arezzo e curata da Rita Scartoni. L'esposizione, realizzata in collaborazione con Fondazione Bruschi, Fondazione Alinari per la Fotografia, Intesa Sanpaolo e Fondazione CR Firenze, ripercorre il ruolo svolto dai grandi atelier fotografici dell'Ottocento – Alinari, Brogi e Anderson – nella costruzione dell'immaginario collettivo legato ai grandi maestri della scultura. Un percorso che parte dalle celebrazioni michelangiolesche del 1875, quando Firenze contribuì a trasformare il Buonarroti in un simbolo dell'identità nazionale italiana.
Le immagini realizzate dagli Alinari non si limitarono a documentare il patrimonio artistico, ma finirono per influenzare il modo stesso di osservare la bellezza. Attraverso inquadrature studiate e un sapiente utilizzo della luce, i fotografi offrirono interpretazioni destinate a segnare generazioni di studiosi, artisti e appassionati. Emblematica fu la sfida di immortalare la Cappella Sistina: nel 1904 furono necessari ponteggi alti sedici metri e apparecchiature monumentali per restituire dettagli fino ad allora difficilmente accessibili. Quelle stampe consentirono agli studiosi di approfondire aspetti tecnici invisibili a occhio nudo e permisero agli artisti di confrontarsi con Michelangelo senza dover raggiungere fisicamente Roma. Tra gli estimatori più affascinati da quel repertorio figurava anche Gabriele d'Annunzio, che circondò il Vittoriale di riproduzioni Alinari e definì Michelangelo il suo "parente" spirituale.
Il percorso espositivo si apre poi alla modernità attraverso il dialogo ideale tra Michelangelo e Auguste Rodin. Durante il suo viaggio a Firenze nel 1876, lo scultore francese rimase profondamente colpito dalle opere della Sagrestia Nuova di San Lorenzo, trovando nell'arte del Buonarroti una fonte d'ispirazione decisiva per la propria ricerca. Le fotografie in mostra evidenziano questa affinità, accostando le opere di Rodin ai celebri Ignudi della Sistina e allo Schiavo morente. Un'ultima sezione è dedicata alla campagna fotografica Brogi degli anni della Seconda guerra mondiale, quando molte opere delle Cappelle Medicee furono temporaneamente rimosse per essere messe al sicuro. Un'occasione irripetibile che consentì ai fotografi di ritrarre i capolavori di Michelangelo isolati dal loro contesto originario, offrendo uno sguardo ravvicinato e unico su alcune delle opere più celebri della storia dell'arte. Lo scrive Repubblica.
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