Il nuovo documentario di Alberto Gemmi esplora il monumentale sacrario tedesco sull'Appennino. Il regista: "Un invito a mantenere vivo il confronto critico per comprendere il presente".

C'è un luogo sull’Appennino tosco-emiliano dove la pietra, la storia e la natura si fondono in un monito silenzioso. È il Cimitero militare tedesco della Futa, a Firenzuola, il più grande sacrario germanico in Italia che accoglie le spoglie di oltre 30.000 soldati caduti durante la Seconda guerra mondiale. A questo spazio monumentale e carico di simbolismo è dedicato "Il Labirinto", il film documentario del regista Alberto Gemmi, presentato in anteprima mondiale all'8ª edizione del festival Biografilm di Bologna e reduce dalla proiezione fiorentina.

L'opera si configura come un'indagine profonda sui luoghi, sullo scorrere del tempo e sulle tracce che la storia lascia nella memoria collettiva. Per ricostruire questo mosaico, Gemmi ha intrecciato riprese sul campo a preziosi materiali di repertorio provenienti da diversi archivi storici, tra cui quello della Cineteca di Bologna.

Il teatro tra le tombe: l'esperienza di Archivio Zeta

Un elemento centrale del documentario è il racconto visivo dell'attività di Archivio Zeta. Da oltre vent'anni, la compagnia teatrale trasforma i gradoni di pietra della Futa in un palcoscenico a cielo aperto, portando in scena tra le lapidi opere di altissimo valore letterario e filosofico, come "La montagna incantata" di Thomas Mann. Il contrasto tra la staticità del monumento e la vitalità della parola recitata diventa così una chiave per riattivare la coscienza del luogo.

La struttura del sacrario e la sfida all'oblio

Progettato come una grande spirale muraria in pietra che si snoda lungo il pendio della montagna, il cimitero della Futa ricorda una fortezza arrotolata su se stessa, un vero e proprio labirinto architettonico. Le tombe, costituite da semplici lapidi geometriche, sono disposte in gruppi ordinati, integrandosi totalmente nel paesaggio circostante. Nato con l'obiettivo di essere uno spazio di memoria e riconciliazione, il sacrario viene oggi riletto da Gemmi non con un approccio didascalico, ma riflessivo.

"Il film – spiega il regista Alberto Gemmi – nasce dal desiderio di confrontarsi con il nostro recente passato per comprendere meglio il presente, interrogandosi sui rischi legati alla banalizzazione dei conflitti. Conoscere le storie dei luoghi e delle persone diventa, oggi, una forma concreta di resistenza all'oblio".

Un'opera oltre la storiografia

Il regista tiene a precisare che "Il Labirinto" non vuole essere un documentario sul nazifascismo o un saggio di carattere prettamente storiografico. Si tratta, piuttosto, di un percorso visivo ed emotivo che interroga lo spettatore: un invito esplicito a non anestetizzare il passato e a mantenere un presidio critico su come la memoria storica viene interpretata e vissuta nella società contemporanea.

Condividi
La funzionalità è stata disattivata perché si avvale di cookies (Maggiori informazioni)

Attiva i cookies