È definitiva anche in appello la condanna al risarcimento nei confronti dei responsabili di un grave infortunio sul lavoro avvenuto nel 2015 in un capannone industriale del Pratese, dove un operaio precipitò dal tetto mentre trasportava un pannello destinato alla sostituzione di un lucernario.
L'uomo, socio e amministratore di una piccola impresa edile insieme al fratello, cadde da un'altezza di circa sette metri dopo che una folata di vento sollevò il pannello che stava trasportando. L'incidente gli provocò lesioni gravissime e un'invalidità permanente che ridusse di oltre la metà la sua capacità lavorativa.
L'Inail risarcì il lavoratore con quasi 500 mila euro, per poi avviare un'azione di rivalsa nei confronti dei soggetti ritenuti responsabili, chiedendo la restituzione di oltre 600 mila euro, comprensivi di rivalutazione e spese legali. Tra i convenuti figuravano i committenti dei lavori, la società esecutrice e il fratello della vittima, anch'egli socio e amministratore dell'impresa.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il cantiere era privo delle necessarie misure di sicurezza: mancavano parapetti, passerelle protette e sistemi di ancoraggio per le cinture anticaduta.
Il fratello dell'operaio aveva impugnato la sentenza sostenendo di non aver preso parte ai lavori e di non avere responsabilità dirette nell'organizzazione dell'intervento. La Corte d'Appello ha però respinto il ricorso, confermando che, in qualità di amministratore della società, aveva il dovere di vigilare sulla corretta pianificazione delle attività e sull'adozione delle misure di sicurezza necessarie, anche se non presente sul luogo dell'intervento. Lo scrive Repubblica.
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