La testimonianza di una donna sopravvissuta a una relazione violenta: «Il controllo viene scambiato per amore, poi intorno alla vittima si crea il vuoto»

«I femminicidi sono l’epilogo di una storia quasi sempre simile». A parlare è una donna di 49 anni, madre di due figli, che per quindici anni ha vissuto accanto a un uomo diventato progressivamente violento, geloso e controllante.

La violenza, racconta, non è cominciata con le percosse, ma con gesti intimidatori, esplosioni di rabbia e pugni sferrati contro muri e oggetti vicini a lei. «Sapevo e temevo che la volta successiva quel muro sarei stata io. Gli dicevo che avevo paura, ma mi rispondeva che ero esagerata».

Con il tempo sono arrivati il controllo del telefono e dell’abbigliamento, la gelosia per un semplice saluto e il progressivo isolamento dalle amiche. «La cosa peggiore è che avevo iniziato a credere che avesse ragione. Mi ero abituata alla sua visione di me stessa, che era diventata anche la mia».

Anche i figli avevano percepito il clima familiare. «Mio figlio, a sette anni, mi diceva: “Mamma, lascialo, ti tratta male”. Quando sentivamo la chiave girare nella toppa avevamo paura e stavamo attenti a non scatenare la sua rabbia».

La decisione di fuggire è arrivata dopo il terzo episodio grave, quando la donna ha temuto per la propria vita. Ha lasciato la casa insieme ai bambini, si è rifugiata dalla famiglia e si è rivolta a un centro antiviolenza. Il suo è stato considerato un caso da Codice rosso.

Anche lei, come raccontato dalla madre di Lorena Isceri, aveva esitato prima di rivolgersi alle forze dell’ordine per paura di danneggiare il compagno. «Sapevo che stava male e che con una denuncia sarebbe andato incontro a dei guai. Ma denunciare è stato il primo atto d’amore che ho fatto per me stessa».

Alle donne che vivono relazioni violente o ossessive rivolge un invito a non rimanere sole: «Quando nasce il dubbio, o le persone vicine chiedono perché non si denunci, ci sono già gli elementi per rivolgersi alle forze dell’ordine. La rete esiste: ci sono i centri antiviolenza, Artemisia, le case famiglia e la legge. Parlare con persone specializzate dà una bussola quando si è fragili e ci si sente sbagliate».

Per la donna è fondamentale introdurre l’educazione affettiva nelle scuole, rivolgendola in egual misura ai maschi e alle femmine. L’obiettivo deve essere insegnare fin da piccoli a rispettare sé stessi e gli altri, distinguendo l’amore dal possesso e riconoscendo i segnali di una relazione tossica.

«Non dovremmo parlare soltanto di uomo e donna, ma di persona e persona», conclude. «Solo così si può rispettare chi si ha accanto, senza che nessun ruolo finisca per ingabbiarlo». Lo scrive il Corriere Fiorentino. 

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