Il costumista, due volte candidato all’Oscar e vincitore di sei David di Donatello, racconta il legame con la città: «È casa, ma qualche volta si accorge dei suoi talenti soltanto dopo gli altri»

La vocazione di Massimo Cantini Parrini nacque a 13 anni, davanti a un abito antico esposto alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti. Da quel momento il costumista fiorentino ha raccolto oltre 4.500 vestiti risalenti fino al 1630, costruendo quello che definisce «un armadio che ragiona come una biblioteca».

Cresciuto tra gli spilli della nonna sarta e allievo di Piero Tosi, vive a Roma per lavorare vicino a Cinecittà, ma torna spesso a Firenze, dove insegna al Polimoda. Ha firmato i costumi di tre film di Matteo Garrone – Il racconto dei racconti, Dogman e Pinocchio – oltre a Cyrano di Joe Wright, Maria con Angelina Jolie e Le Déluge. Nel suo curriculum figurano due candidature agli Oscar, sei David di Donatello e i costumi per la cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026.

Cantini Parrini si sente un talento «esportato volontariamente», anche se non nasconde una critica alla sua città: «Firenze ti dà moltissimo, ma sembra aspettarsi che tu vada altrove a dimostrare che ciò che ti ha dato è servito. Qualche volta ho avuto l’impressione che si accorgesse di me soprattutto quando qualcun altro, fuori, si era già accorto di me».

Il costumista non esclude che un giorno la sua vasta collezione possa essere ospitata a Firenze. A una condizione: «Non dovrebbe essere un deposito, ma un luogo vivo, dedicato allo studio, alla ricerca, al restauro e all’esposizione. La mia collezione non deve diventare un mausoleo».

Quando torna in città si sente prima di tutto «figlio», ma anche un «turista in casa», capace di riconoscere ogni odore, difetto e bellezza di Firenze, osservandola però con la distanza necessaria per criticarla. Dalla nonna Silvana ha imparato ciò che i musei non potevano insegnargli: «Agli Uffizi impari la bellezza; da mia nonna ho imparato come quella bellezza si costruisce. Dietro una superficie perfetta ci sono fatica, errori e correzioni».

Il rischio, secondo Cantini Parrini, è che Firenze utilizzi il proprio passato come un alibi. «Dante e Brunelleschi sono giganti, ma sono morti. Una città viva dovrebbe chiedersi chi sta sostenendo oggi, non soltanto chi celebra da secoli». Il “costume” indossato dalla città sarebbe proprio quello di una realtà immobile nel Rinascimento, mentre sotto la superficie continuano a vivere università, artigiani, artisti, studenti e creativi.

Anche l’ironia fiorentina presenta due facce. Il principale pregio dei fiorentini è un’intelligenza rapidissima, accompagnata da uno straordinario senso dell’umorismo; il limite è usare queste qualità «per demolire anziché per costruire». Roma, ammette, lo ha addolcito: «Noi coviamo una battuta cattiva per tre giorni pur di trovare il momento giusto per dirla. A Roma ho imparato che qualche volta si può anche non dirla».

Se Firenze fosse un personaggio, Cantini Parrini le disegnerebbe un abito magnifico, ricamato e reversibile: perfetto visto da lontano, ma pieno di sorprese da vicino. «Ha una faccia meravigliosa da mostrare al mondo e un rovescio molto più complicato, che conosci soltanto se ci sei nato».

Infine, un appello a difendere le botteghe autentiche dalle catene globali e dai souvenir in serie: «L’artigianato sopravvive ed è straordinario, ma bisogna andarlo a cercare. Una bottega non si conserva mettendoci una targa quando chiude: si conserva facendo in modo che possa restare aperta». Lo scrive la Nazione. 

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