L’azienda impiega 30 persone e fattura cinque milioni di euro. Nel futuro un monomarca a Milano e l’ingresso nel mercato statunitense

La storia di Bruno Manetti Cashmere nasce dai gomitoli di lana lavorati a maglia dalla madre dell’imprenditore nella casa di Montelupo Fiorentino. Nel 1978 i genitori fondarono a Baccaiano la Luana Maglieria, azienda nella quale Bruno entrò all’inizio degli anni Novanta, portando le prime collezioni in Europa e soprattutto in Germania.

Nel 1995 nacque il marchio Bruno Manetti e arrivò la scelta decisiva di specializzarsi nel cashmere. Una strategia che rese rapidamente l’azienda una delle realtà più conosciute del distretto tessile toscano, tanto da far guadagnare al fondatore l’appellativo di “nuovo principe del cashmere”.

Oggi l’impresa conta 30 dipendenti e ha raggiunto un fatturato di cinque milioni di euro. Dal 2014 ha sede in una moderna struttura a Montelupo Fiorentino, vicino all’uscita di Empoli Est. «Il cambio di sede ci ha fornito un nuovo impulso e un diverso posizionamento con i nostri clienti», spiega Manetti.

I principali mercati sono Germania, Austria e Svizzera, ai quali si aggiungono Corea del Sud, Giappone, Cina e Italia. Le collezioni, realizzate con filati provenienti da aziende italiane di alto livello, sono destinate per l’80% alle donne e per il restante 20% agli uomini.

Tra le difficoltà affrontate ci sono la crescita degli acquisti online, una maggiore prudenza dei clienti e le tensioni geopolitiche che hanno ridimensionato mercati importanti come Russia e Ucraina. Per il futuro Manetti punta all’apertura di un negozio monomarca a Milano e allo sviluppo negli Stati Uniti.

La sfida più delicata resta però il ricambio generazionale. L’età media dei dipendenti è di 50 anni e diventa sempre più difficile trovare giovani interessati alla maglieria. Per questo l’imprenditore chiede scuole professionali nei distretti artigianali, capaci di tramandare mestieri che rischiano di scomparire. Al centro resta la difesa della toscanità, rappresentata dal giglio inserito nel logo aziendale. Lo scrive Repubblica. 

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