Luigi Manoni aveva 24 anni quando, dopo aver rifiutato di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, fu deportato in Germania. Fu uno dei circa 650mila internati militari italiani. Trasferito ad Amburgo per i lavori forzati, trovò un violino tra le macerie e cominciò a suonare con altri prigionieri. «La musica mi ha salvato, quando suono riesco a dimenticarmi di essere qui», scrisse alla madre.
Tornò a casa dopo due anni, pesando meno di 40 chili, ma parlò raramente della prigionia. Solo nel 2012 la figlia Gemma, che vive a Firenze, trovò le sue lettere e un quaderno di memorie. Fece restaurare il violino che il padre aveva riportato in Italia e iniziò a raccontarne la vicenda.
Da quelle pagine sono nati il libro Il violino del No e uno spettacolo teatrale presentato anche nelle scuole. Per l’assessora alla Memoria Benedetta Albanese, la storia di Manoni ricorda il coraggio degli internati che opposero il loro rifiuto al nazifascismo. Lo scrive la Nazione.
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