«La prima cosa che una persona deve avere è una casa». Vincenzo Scalia, professore di sociologia della devianza all’Università di Firenze, parte da questo bisogno per affrontare il caro affitti, che esclude dalla città anche chi lavora. «Le città si svuotano e diventano parchi tematici a cielo aperto, grandi centri direzionali o entrambe le cose», osserva. La trasformazione del centro in bed and breakfast e la crescita delle abitazioni di lusso nelle periferie spingono chi non può permettersele sempre più lontano, aggiungendo ai costi della casa quelli degli spostamenti.
Secondo Scalia, a restare senza risposte è soprattutto il vecchio ceto medio, stretto fra un mercato inaccessibile e un’edilizia pubblica rivolta alle situazioni di maggiore disagio. «La casa dovrebbe essere un diritto, oggi viene trattata come un bene di consumo». L’allontanamento di giovani, famiglie e lavoratori pesa anche sui comuni limitrofi, dove l’urbanizzazione rischia di crescere senza servizi adeguati, alimentando anonimato e sfiducia.
Le mobilitazioni spagnole rappresentano un avvertimento: «Il rischio che si arrivi anche qui a proteste più ampie è alto, se non si interviene». Per il professore, il disagio abitativo va affrontato senza ridurlo a una questione di ordine pubblico. Le priorità sono destinare risorse all’edilizia pubblica, censire le abitazioni inutilizzate, privilegiare i piccoli proprietari e intervenire sui mutui, per restituire alla casa il suo ruolo essenziale nella vita delle persone. Lo scrive la Nazione.
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