Oltre 14mila opere danneggiate nel 1966, tra salvataggi coraggiosi e restauri ancora da completare

Acqua, fango e nafta invasero Firenze il 4 novembre 1966, raggiungendo e superando in alcuni punti i cinque metri. A sessant’anni dall’alluvione, i segni sui palazzi ricordano una tragedia che devastò abitazioni, attività e patrimonio culturale: un censimento approssimativo conta oltre 14mila opere d’arte danneggiate, mentre alcuni restauri non sono ancora conclusi.

Tra i luoghi più colpiti ci fu Santa Croce, dove l’acqua raggiunse quasi cinque metri nel Cenacolo e circa 2,60 metri nella basilica. Il Crocifisso di Cimabue divenne l’emblema della catastrofe e della rinascita. Gravissimi danni interessarono anche Santa Maria Novella, il Museo Archeologico e il Gabinetto Vieusseux, nei cui depositi a Palazzo Strozzi era custodito il 90% del patrimonio librario, composto da oltre 250mila volumi tra libri e riviste.

Frati, personale degli istituti e Angeli del Fango contribuirono al recupero dei beni sommersi. L’emergenza segnò anche una svolta per l’Opificio delle Pietre Dure, diventato un punto di riferimento internazionale per il restauro attraverso la sperimentazione di tecniche e materiali. A questa storia La Nazione dedica un volume in regalo con il quotidiano il 4 novembre, in occasione del sessantesimo anniversario.
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