Se c'era una situazione che Maurizio Sarri si sarebbe volentieri evitato è esattamente quella che sarà chiamato ad affrontare giovedì sera. Vale per lui, e probabilmente per molti tifosi viola. Giocarsi tanto, o forse tutto, proprio in questa partita. Da una parte un allenatore che da anni sogna (quasi invoca) la panchina della Fiorentina. Dall'altra una piazza che non aspettava altro che accoglierlo. E basta pensare a quanto successo qualche mese fa, quando il Comandante si presentò al Franchi alla guida della Lazio. La tribuna in piedi, l'ovazione, il saluto quasi commosso del mister. Un amore (platonico) destinato a non compiersi mai. Un matrimonio che, ogni volta per ragioni diverse, non s'ha da fare e che molto probabilmente non si farà mai. E pensare che in almeno due occasioni, l'ultima quest'estate, sembravano esserci tutte le condizioni per andare all'altare. Una squadra da rifondare, la voglia di costruire un progetto che puntasse tutto sulla qualità e sulla bellezza, la disponibilità di un allenatore che consumato dalle stagioni con Lotito avrebbe posto ben poche condizioni e che vedeva e vede Firenze come l'approdo ideale, forse il coronamento, di una lunga carriera. E poi, appunto, la città. Una città sfinita da annate di nulla e di sofferenza, di calcio orrido e noioso. Tutto insomma, ma proprio tutto, avrebbe portato in quella direzione. E invece no. Colpa, se così si può dire, di un passato che evidentemente aveva lasciati strascichi e incomprensioni troppo profondi. Il riferimento, ovviamente, è all'avventura juventina di Maurizio, e al suo rapporto (complesso) con Fabio Paratici. E allora, se così stavano le cose, meglio così. Meglio il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere, meglio conservare il mondo immaginario che in tanti si erano costruiti che non ritrovarsi, magari, a dover star male per una dolorosa separazione o per un matrimonio molto più difficile di quello sognato. Di certo, e così torniamo al punto di partenza, quella di giovedì sarà una serata dalle emozioni forti e dalle contraddizioni violente. Una squadra penultima e costretta a vincere che, trovando i tre punti, potrebbe condannare uno dei suoi personaggi preferiti. Al contrario, un allenatore che deve assolutamente trovare i tre punti per salvare la panchina e che, dovesse riuscirci, farebbe piombare la sua “amata” ad una crisi dalla quale sarebbe complicatissimo venir fuori. Si chiama “destino”, e a volta sa essere davvero bastardo.
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