Cambiano gli interpreti accanto a lui, cambiano le partite, cambiano perfino le esigenze durante i novanta minuti. Cher Ndour rimane. Nelle ultime cinque giornate ha giocato 439 minuti sui 450 disponibili, uscendo soltanto contro il Como. Un dato che misura la fiducia di Paolo Vanoli e, insieme, alimenta una domanda: perché il centrocampista viola è diventato così difficile da togliere, anche quando la prestazione suggerirebbe di discutere la sua permanenza in campo?
La risposta dell’allenatore, prima della trasferta contro l’Inter, era stata netta: «Lui gioca perché se lo merita». Dietro quella frase ci sono il lavoro quotidiano, il percorso di crescita e un’importanza tattica e fisica che Vanoli gli riconosce. Il tecnico considera ciò che Ndour può garantire nel funzionamento complessivo della squadra, oltre agli episodi della singola partita. Ed è proprio qui che si incontrano, e talvolta si separano, le ragioni della panchina e le impressioni di chi guarda.
La spiegazione più plausibile va cercata nella Fiorentina che gli gioca intorno. Con due terzini propensi ad avanzare, esterni offensivi e un regista da sostenere, qualcuno deve accompagnare le azioni conservando attenzione a ciò che può succedere quando il pallone viene perso.
Ndour sembra essere, nelle intenzioni di Vanoli, uno degli uomini chiamati a garantire questo raccordo. Aiutare il compagno, occupare uno spazio, dare continuità allo sforzo nelle due fasi. Un lavoro che può passare inosservato quando riesce, ma che diventa molto evidente quando manca.
Il nodo è esattamente questo: avere un compito di equilibrio non significa assolverlo sempre bene. La struttura fisica offre possibilità; sono le letture e i tempi d’intervento a trasformarle in un vantaggio per la squadra.
Contro l’Atalanta, il pallone sbagliato in uscita e il recupero lento nell’azione del vantaggio di De Ketelaere hanno mostrato una difficoltà concreta. A Reggio Emilia, sul secondo gol del Sassuolo, Matic ha potuto preparare il passaggio per Laurienté senza che Ndour gli sottraesse tempo. Sono episodi che interrogano proprio la funzione per la quale il centrocampista viene considerato tanto prezioso.
Fermarsi agli errori, però, restituirebbe un ritratto incompleto. Contro l’Inter Ndour ha recuperato palloni importanti. Contro il Sassuolo, nel recupero, ha accompagnato l’azione fino a servire a Valdepeñas l’assist del definitivo 4-2. Un contributo che richiede energie, disponibilità e lucidità anche al termine di una gara complicata.
La sua discontinuità sta qui: nella distanza fra momenti di passività e giocate utili, talvolta dentro la stessa prestazione. L’assist finale merita di essere riconosciuto, così come restano da correggere le esitazioni precedenti.
D’altronde, il calo successivo agli impegni in Nazionale lo ha riconosciuto lo stesso Vanoli. Il tecnico vede la flessione e continua a rispondere con fiducia e minuti. Una scelta comprensibile nella gestione di un giovane, che deve però trovare riscontro sul campo.
Le ultime sostituzioni raccontano una gerarchia precisa. Contro Atalanta e Sassuolo Oulaï è entrato per Fagioli, mentre Ndour è rimasto. L’inserimento di Pedro Gonçalves modifica il peso offensivo del centrocampo e richiede di distribuire diversamente il lavoro senza palla. Atta, ancora indisponibile nell’ultima gara, rappresenta un’alternativa importante da recuperare.
Cambiare, dunque, comporta decisioni sull’intero reparto. Questo aiuta a spiegare la prudenza di Vanoli, ma lascia aperta la questione dell’insostituibilità.
La continuità può far crescere un giocatore. Anche la concorrenza può riuscirci, soprattutto se una panchina viene vissuta come parte del percorso e non come una bocciatura. Ndour ha conquistato una fiducia che ha ragioni riconoscibili. Adesso deve darle continuità attraverso le prestazioni.
Perché essere un riferimento nella Fiorentina immaginata dall’allenatore è un punto di partenza importante. Diventarlo con regolarità nella Fiorentina che va in campo è il passo ancora da compiere.
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