Si intitola “La stagione bella” il nuovo romanzo (Garzanti) dello scrittore Francesco Carofiglio. Un testo che fa riflettere sulla vita, sulle scelte, sul dolore, sui legami familiari presentato domani alle 18 alla Libreria Rinascita Ubik di Sesto Fiorentino (prenotarsi allo 055-440107).
Carofiglio come è nato questo libro? “E’ una storia che è nata anni fa, poi mi sono fermato, ho ripreso, mi sono fermato di nuovo, non mi sono sentito a lungo pronto per scriverla sebbene navigasse nella mia testa. Poi, a un certo punto scatta qualcosa, cominci a scrivere e ti immergi in quello che racconti. E’ la storia di due donne, madre e figlia, entrambe orfane di padre - dice lo scrittore a La Nazione -. Dopo la morte della madre Barbara per la protagonista, Viola, c’è la condizione dello spaesamento, della perdita degli appoggi, della consapevolezza che in quell’amore straordinario ci sono delle crepe, che diventano più profonde quando Viola, rimettendo in ordine la casa di sua madre, a un anno dalla sua morte, trova una scatola con fotografie, lettere e una audiocassetta che fanno riferimento al periodo in cui sua madre viveva”.
Lei ha vissuto a Firenze, che rapporto ha con la città? “E’ una delle mie città dell’anima, ci ho vissuto 5 anni, mi sono laureato lì, avevo degli zii che amavo molto quindi per me è casa anche se adesso faccio fatica ad orientarmi. Tornando al mio passato fiorentino oggi penso a quanto mi sarei potuto più mettere in contatto con la città. Oltre a studiare ho fatto l’attore con Ugo Chiti e con Albertazzi, ma mi è mancato quello che facevano i miei colleghi di università, fare il cameriere in un pub o nei posti in cui ci si vedeva fra giovani. Se tornassi indietro curerei più questo aspetto”.
Carofiglio come è nato questo libro? “E’ una storia che è nata anni fa, poi mi sono fermato, ho ripreso, mi sono fermato di nuovo, non mi sono sentito a lungo pronto per scriverla sebbene navigasse nella mia testa. Poi, a un certo punto scatta qualcosa, cominci a scrivere e ti immergi in quello che racconti. E’ la storia di due donne, madre e figlia, entrambe orfane di padre - dice lo scrittore a La Nazione -. Dopo la morte della madre Barbara per la protagonista, Viola, c’è la condizione dello spaesamento, della perdita degli appoggi, della consapevolezza che in quell’amore straordinario ci sono delle crepe, che diventano più profonde quando Viola, rimettendo in ordine la casa di sua madre, a un anno dalla sua morte, trova una scatola con fotografie, lettere e una audiocassetta che fanno riferimento al periodo in cui sua madre viveva”.
Lei ha vissuto a Firenze, che rapporto ha con la città? “E’ una delle mie città dell’anima, ci ho vissuto 5 anni, mi sono laureato lì, avevo degli zii che amavo molto quindi per me è casa anche se adesso faccio fatica ad orientarmi. Tornando al mio passato fiorentino oggi penso a quanto mi sarei potuto più mettere in contatto con la città. Oltre a studiare ho fatto l’attore con Ugo Chiti e con Albertazzi, ma mi è mancato quello che facevano i miei colleghi di università, fare il cameriere in un pub o nei posti in cui ci si vedeva fra giovani. Se tornassi indietro curerei più questo aspetto”.
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