La Corte Costituzionale ha sancito l’uguaglianza tra coppie conviventi e coppie sposate per quanto riguarda prestiti e debiti reciproci, eliminando una disparità storica. Prima della sentenza, nei matrimoni il termine di prescrizione di un prestito si sospendeva fino alla separazione, mentre i conviventi avevano al massimo dieci anni per chiedere indietro il denaro, anche se la relazione durava molto di più.
Il caso nasce a Firenze: Sara (nome di fantasia) aveva prestato 63mila euro al suo compagno Francesco nel 2006 per ristrutturare una casa di sua proprietà. Dopo oltre dieci anni e la fine della convivenza, il compagno rifiutava la restituzione, sostenendo che il debito fosse prescritto. Il tribunale di Firenze ha sollevato il dubbio di legittimità costituzionale, e la Consulta ha dato ragione a Sara.
La sentenza sottolinea che non si può costringere un convivente a intraprendere azioni legali formali per evitare la prescrizione, perché ciò rischierebbe di compromettere il legame affettivo. La Corte riconosce la “famiglia di fatto” come avente pari dignità di quella sposata, alla luce anche della Legge Cirinnà del 2016. Per determinare la durata della convivenza, i giudici possono considerare qualsiasi mezzo di prova, non solo registrazioni anagrafiche.
In pratica, da oggi le coppie conviventi hanno gli stessi diritti dei coniugi nel conteggio dei tempi per far valere i propri crediti, un passo storico verso il riconoscimento della parità dei legami affettivi.
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