Marco, Alvaro e gli altri senzatetto raccontano il loro quotidiano tra sofferenza, malattia e desiderio di dignità

Ore 21.30 all’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze. Di giorno area ambulatori, di notte rifugio per senzatetto. Qui incontriamo Marco, quasi due metri di altezza, malato di diabete e cirrosi epatica, che mostra l’ago per le cinque iniezioni giornaliere e confessa: «Non so quanto mi resta da vivere, ma non vorrei vivere così». Il suo giaciglio, tra felci e finestre, è nascosto e ordinato, con coperte e tre cuscini, uno rosa che gli ricorda la fidanzata a Roma.

La notte qui può diventare pericolosa: persone ubriache o sotto sostanze entrano nell’ospedale, e sebbene ci siano le guardie, Marco racconta di sentirsi spesso impotente. Come lui, molti altri vorrebbero una vita diversa: Alvaro, 80 anni, originario dell’Umbria, ricorda la moglie in RSA e la vita precedente con due lavanderie, ora trascorre le notti tra sedie e finestre, temendo per la propria salute. Gli assistenti sociali offrono soluzioni, ma molti rifiutano: «Gli alberghi popolari sono una gabbia di matti», dice Marco.

Durante la notte arrivano altri senzatetto, italiani e stranieri, con zaini e sacchi neri contenenti coperte e vestiti. Tra loro Anna (nome di fantasia), rumena con figli e nipoti lontani, lavora come badante o colf per sopravvivere. L’aria è piena di stanchezza, malattie e disagio, ma anche di regole non dette e solidarietà tra chi condivide la hall dell’ospedale.

Lentamente cala il silenzio. Le luci rimaste accese nel reparto maternità sopra, simbolo di nuove vite che iniziano, contrastano con le esistenze spezzate che lottano quaggiù, al piano terra, tra dolore e desiderio di dignità. Lo scrive il Corriere Fiorentino. 

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