I dati elaborati dall'Università di Firenze, Fanfani: 'In carcere non c'è nessuna forma strutturata di preparazione all'uscita dal carcere'

In Toscana aumenta la popolazione carceraria, ma diminuisce la percentuale dei detenuti che lavorano. Al 30 giugno 2024 il 52,6% svolgeva un'attività (1.678 su 3.190), dodici mesi dopo il dato era sceso al 45,4% (1.498 su 3.295). Di questi l'81% è alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, il 19% ha invece un datore di lavoro diverso. Sono alcuni dei dati del rapporto 'Il lavoro penitenziario e il lavoro in uscita dal carcere come strumento di reinserimento sociale e di dignità della persona', a cura dell'Università di Firenze e presentato questa mattina nel capoluogo toscano.
     
La ricerca si è svolta in quattro istituti penitenziari: Sollicciano e Gozzini a Firenze, Pisa e Massa "Il quadro che emerge - spiega il professore Giuseppe Caputo che ha curato la ricerca insieme a Maria Cristina Frosali - è molto complesso e variegato. In generale, soprattutto all'interno dei penitenziari, viene svolto un lavoro povero e precario che ha un impatto non particolarmente performante in termini di professionalizzazione dei detenuti".

     
A Sollicciano nel dicembre 2024 su 468 detenuti uomini lavoravano in 159, tutti all'interno del carcere e alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, così come per le donne, 28 su 65. A Pisa numeri inferiori, 54 al lavoro su 273 tutti impegnati in servizi di istituto, mentre Massa è un esempio virtuoso con oltre 130 detenuti su 234 impiegati nella lavorazioni industriali attive all'interno della casa di reclusione, lanificio e sartoria. "Si tratta di un istituto che ha il vantaggio di avere dei numeri abbastanza ridotti e detenuti con pene abbastanza lunghe, quindi è più facile la programmazione e conciliare le esigenze dell'istituto con le esigenze di produttività dell'impresa", aggiunge Caputo.

    
In media, si legge nel rapporto, in Toscana i detenuti cominciano a lavorare dopo tre o quattro mesi partendo dalle occupazioni meno qualificate (scopino e portavitto) a prescindere da formazione e competenze. E non è chiaro, è scritto ancora, quali siano i criteri che consentano di 'scalare' la graduatoria.

"Partendo dal presupposto che il lavoro dentro e soprattutto in uscita dal carcere, servirebbe a reinserire correttamente gli ex detenuti nel tessuto sociale, nel quale bene o male prima o poi devono tornare, la ricerca fatta disegna un quadro drammatico - commenta Giuseppe Fanfani, garante dei detenuti della Toscana - All'interno del carcere non c'è lavoro se non quello intramurale, che vuol dire la cucina, le pulizie, i piccoli lavori di restauro. Non c'è una nessuna forma organica e strutturata di preparazione all'uscita dal carcere", che si dovrebbe fare mettendo insieme "le esigenze della domanda di lavoro che esiste fuori con una preparazione specifica interna e un accompagnamento graduale. Bisognerebbe farlo in maniera imprenditoriale. E questo manca del tutto".
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