Una donna di circa 50 anni ha subito gravi conseguenze fisiche a causa di una diagnosi tardiva di endocardite, un’infezione della valvola cardiaca. Per circa otto mesi la paziente si era rivolta a medici e pronto soccorso lamentando febbre persistente, vertigini e altri sintomi generici, ma le sue condizioni non erano state correttamente inquadrate.
Secondo quanto ricostruito in sede giudiziaria, le visite mediche non hanno portato agli approfondimenti necessari: la donna è stata più volte rassicurata con diagnosi come labirintite o disturbi di natura psicologica. Anche un soffio al cuore rilevato dalla guardia medica non ha portato all’esecuzione di un ecocardiogramma, che avrebbe potuto individuare prima la patologia.
La malattia è stata scoperta solo quando è sopraggiunta una sepsi, cioè un’infezione generalizzata. A quel punto la donna è stata ricoverata d’urgenza e sottoposta a un delicato intervento cardiaco, ma le conseguenze della diagnosi tardiva hanno reso necessaria l’amputazione di entrambe le gambe.
Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità sanitaria, confermata anche in appello dalla Corte di Firenze, pur rideterminando gli importi del risarcimento in base agli indennizzi Inps. Alla vittima è stato riconosciuto complessivamente un risarcimento di poco superiore a 900 mila euro, comprendente danno biologico, perdita della capacità lavorativa e spese per l’adattamento della vita quotidiana.
Le strutture sanitarie e i medici coinvolti hanno sempre contestato le accuse, sostenendo che non vi fosse un nesso diretto tra le scelte cliniche e l’evoluzione della malattia. Tuttavia, secondo le consulenze tecniche, un accertamento più tempestivo avrebbe potuto cambiare l’esito della vicenda. Lo scrive Repubblica.
Condividi
Attiva i cookies














