Il giudice stabilisce l’illegittimità del provvedimento: accuse interne e segnalazioni non bastano per il licenziamento

Il Tribunale del lavoro di Firenze ha annullato il licenziamento di un dipendente storico di un’azienda alimentare del territorio, ordinandone il reintegro e il risarcimento.

La vicenda nasce tra il 2023 e il 2024, quando il lavoratore — assunto nel 1996 e con incarichi anche sindacali — aveva segnalato presunti episodi di consumo e scambio di sostanze stupefacenti all’interno dello stabilimento, riferendo informazioni raccolte da altri dipendenti.

L’azienda aveva avviato un’indagine interna che, tuttavia, non aveva prodotto riscontri oggettivi sull’esistenza di un fenomeno strutturato. Nonostante ciò, il lavoratore era stato licenziato nell’aprile 2024 per giusta causa, con l’accusa di aver diffuso dichiarazioni ritenute lesive dell’immagine aziendale e del rapporto fiduciario.

Nel procedimento giudiziario, il giudice ha valutato le testimonianze e le diverse ricostruzioni, ritenendo centrale non tanto l’esistenza del fenomeno denunciato, quanto la natura delle dichiarazioni rese dal dipendente.

Secondo la sentenza, il lavoratore si sarebbe limitato a riportare informazioni ricevute da terzi in ambito interno, senza intento denigratorio e senza consapevolezza della loro eventuale falsità. Per questo motivo il Tribunale ha stabilito che il fatto non costituisce illecito disciplinare tale da giustificare il licenziamento.

Il provvedimento espulsivo è stato quindi annullato, con ordine di reintegro, risarcimento pari a dodici mensilità e versamento dei contributi previdenziali. È stata invece respinta l’ipotesi di un licenziamento ritorsivo, non ritenuta dimostrata in giudizio. Lo scrive la Nazione. 

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