La riapertura delle indagini sulla morte di Imane Leloua riaccende una speranza che non si è mai spenta nel cuore della madre, Chakir Zoubida. A distanza di oltre vent'anni dalla scomparsa della figlia, la donna attende con ansia i risultati degli accertamenti disposti dalla Procura sui reperti sequestrati a un cittadino albanese di 45 anni oggi indagato. «Voglio solo la verità. Sono convinta che non potesse finire così e che dietro a tutto questo ci sia stato un mandante», racconta. La speranza di ottenere giustizia si intreccia però a un dolore mai elaborato e ai tanti interrogativi rimasti senza risposta.
Nel ricordo della madre, Imane era una ragazza solare e generosa. «Aveva un cuore grande e si fidava di tutti. Era la mia unica figlia e l'amavo tantissimo». Appassionata di disegno, frequentava il liceo artistico a Firenze ottenendo ottimi risultati, ma il trasferimento a Montecatini Terme, imposto dalle difficoltà economiche e dai problemi di salute della madre, cambiò il corso della sua vita. Lì iniziò a lavorare negli alberghi e conobbe l'uomo che sarebbe diventato suo marito, una relazione che Zoubida non ha mai visto di buon occhio. «Entrava e usciva dal carcere. Temevo che potesse metterla nei guai, ma alla fine li accolsi in casa con la promessa che avrebbero rigato dritto». Poco dopo, però, Imane lasciò definitivamente l'abitazione familiare.
La madre continua a credere che qualcuno sappia cosa sia realmente accaduto. Ricorda le telefonate al cellulare della figlia, che per mesi continuò a squillare: «Una sola volta rispose qualcuno. Non parlava, ma io sentivo che c'era qualcuno dall'altra parte. Pregavo soltanto di non farle del male». E conserva vivido anche il ricordo di una notte che non ha mai dimenticato: «Mi addormentai per pochi minuti e sentii Imane chiamarmi e chiedere aiuto. Uscii di casa e la cercai ovunque. Sono convinta che sia morta proprio in quelle ore». Anche se i nuovi esami non dovessero fornire risposte definitive, Zoubida non intende arrendersi: «Continuerò a combattere. Non ho mezzi né risorse, ma non smetterò mai di chiedere giustizia per mia figlia. La verità è ancora possibile». Lo scrive Repubblica.
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