«Entrare a Sollicciano significa entrare all’inferno». È il racconto di Luca, 35 anni, fiorentino, che nel carcere del capoluogo toscano è stato detenuto più volte. Una testimonianza che si aggiunge alle numerose denunce e ai ricorsi presentati negli anni e che hanno contribuito a delineare il quadro finito al centro dell’inchiesta della Procura di Firenze, culminata martedì con il sequestro preventivo di sette sezioni detentive.
Luca racconta di aver vissuto condizioni estreme durante la sua permanenza nel penitenziario. «Sono stato una settimana senza lavarmi perché mancava l’acqua calda», spiega. E ancora: «Per dormire dovevamo coprirci completamente, altrimenti le cimici ci riempivano di morsi». Ai problemi igienici si sarebbero aggiunti il malfunzionamento dei termosifoni, pasti insufficienti e una situazione di costante degrado. «Mangiavamo senza luci e vivevamo con cavi scoperti, con il rischio di rimanere fulminati», racconta.
Le sue parole trovano riscontro in numerose segnalazioni raccolte negli anni. Tra queste anche un esposto del 2022, firmato da oltre 300 detenuti e promosso dall’allora cappellano del carcere, don Vincenzo Russo. Nel documento si denunciavano coperte sporche e deteriorate, cuscini strappati, materassi infestati dalle cimici e condizioni generali incompatibili con la dignità delle persone recluse. Una situazione che, secondo l’ex detenuto, sarebbe rimasta sostanzialmente invariata nel tempo.
Sul caso è intervenuto anche il procuratore generale della Corte d’Appello di Firenze, Ettore Squillace Greco, che ha definito quella di Sollicciano una situazione «che non costituisce una sorpresa». Pur ricordando gli interventi programmati per la riqualificazione della struttura, il magistrato ha sottolineato come i tempi previsti non siano compatibili con le urgenze emerse. Quanto all’ipotesi di demolire e ricostruire il carcere, Squillace Greco ha evidenziato che una nuova struttura non rappresenterebbe una scelta “carcerocentrica”, ma la presa d’atto dell’inadeguatezza dell’attuale edificio rispetto alla sua funzione, che deve essere anche quella di favorire la rieducazione e il reinserimento sociale dei detenuti. Lo scrive la Nazione.
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