Parla Giovanni Ghini, presidente della Fratellanza Militare di Firenze

È il diciassettesimo minuto della sfida, attesissima da settimane, tra Fiorentina e Inter, una partita che squadra e città attendevano con ansia.

Ma l’entusiasmo per la partita lascia immediatamente il posto la paura quando Edoardo Bove, all’improvviso, si accascia in campo e viene immediatamente circondato da giocatori e staff e soccorso dai sanitari.

Un momento delicatissimo, carico di tensione e di terrore, durante il quale se, da una parte, tifosi e sportivi si sono lasciati andare alla paura, dall’altra c’è chi ha dovuto mantenere il sangue freddo, ovvero i soccorritori.

Già nei momenti immediatamente successivi sui social, ma anche sugli spalti, c’è chi si è domandato per quale motivo l’ambulanza a bordo campo non è entrata sul terreno di gioco per prelevare Bove: la risposta la dà Giovanni Ghini, presidente della Fratellanza Militare di Firenze, che spiega che il rischio di rimanere impantanati è troppo alto, e che qualora ciò accadesse si perderebbero momenti preziosissimi per intervenire.

La scelta è stata quindi frutto di una decisione consapevole e, soprattutto, parte del protocollo di intervento: bisogna ridurre al minimo i rischi di rimanere bloccati, come, fa l’esempio Ghini, un ascensore.

Ghini ha raccontato che dal momento in cui Bove è crollato a terra al momento in cui è stato adagiato su un letto della sala rossa a careggi sono trascorsi tredici minuti, durante i quali è stato prestato soccorso, l’ambulanza è partita e ha percorso la distanza fra lo stadio e l’ospedale, e infine il calciatore è stato ricoverato.

Durante il tragitto i soccorritori hanno effettuato una scarica con il defibrillatore sul giocatore, il quale è poi arrivato privo di coscienza all’ospedale.

Sull’ambulanza, racconta Ghini, c’erano il medico della Fiorentina, un medico della Fratellanza Militare, un soccorritore volontario e l’autista: tutti soggetti esperti e, per quel che riguarda i volontari, addestrati ad intervenire in situazioni di grandissima pressione, come proprio quella accaduta domenica sera, con un intero stadio in preda al terrore.

Infine, Ghini ha commentato il gesto di Danilo Cataldi, intervenuto subito per adagiare il compagno su un fianco: un gesto esemplare, commenta il presidente, ma che non andava fatto, perché c’è il rischio che la vittima serri la bocca e quindi provochi lesioni alle dita, o che il sangue che esce da una ferita possa finire in gola e chiudere le vie respiratorie.
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