La piazza dove Luca Pitti aveva individuato il luogo ideale per la realizzazione del suo palazzo, si chiamava “Via Borgo di Piazza” tanto era vasta e popolata

La piazza dove   Luca Pitti aveva individuato il luogo ideale per la realizzazione del suo palazzo, si chiamava “Via Borgo di Piazza” tanto era vasta e popolata.

C’era anche una cava dove lì, più tardi, sarebbe sorto il giardino di Boboli e si racconta che una grigia mula portasse pietre dalla cava alla fabbrica. Una pietra dietro l‘altra, giorno dopo giorno insieme agli operai, capomastri, disegnatori ecc. finchè il palazzo non ebbe il suo primo assetto.

Tuttavia, morto Luca, i debiti contratti dagli eredi per il Palazzo e non solo per quello, convinsero quest’ultimi a cederlo al Granduca Cosimo I de’Medici con conseguente nuova necessità di trasportare l’arenaria dalla cava ai lavori, sul carretto della piccola mula. Si sa, che per la magnificenza di un palazzo, non occorrono solo semplici pietre ma anche marmi, così le pietre diventano colonne, i marmi statue. Statue che popolano le grotte, fontane ricche di ninfe, deità, mostri marini che lasciano il visitatore attonito per tanta bellezza.  Ma questa bellezza a chi è dovuta???  Alla piccola mula che senza la sua umile e silenziosa operosità quotidiana oggi non sarebbe ammirabile. Va detto che il Tribolo mise tutta la sua arte di scultore fantasioso per realizzare alla perfezione le ninfe nelle grotte, il Nettuno della Fontana e le statue dei viali e quindi il lavoro del quadrupede non finiva mai, su e giù, giù e su…in un interminabile, lento, cammino giornaliero.

 Finalmente un bel giorno, il cortile, le sale, i viali, le fontane, il giardino furono liberati da quel viavai di operai, artigiani, muratori e una pace silenziosa regnò su tutto il complesso. Anche la mula si riposò, per poco, però, perché presto la famiglia Medici e numerosa prole prese possesso del palazzo e, sembra, che il mite animale portasse su una specie di “lettiga”, la granduchessa Eleonora di Toledo e i suoi figli per le passeggiate nei lunghi viali alberati del giardino.

  Nel cortile, sotto la statua di un “Ercole in riposo”, nerboruto e massiccio, si nota un aggraziato bassorilievo (Opera di Bartolomeo Ammannati o sua scuola) dove la grigia mula è scolpita in pietra serena, pietra che varia dal bianco di Carrara ad una più giusta similarità del pelo dell’animale. Una iscrizione sul bassorilievo recita: “Lecticam-  lapides – marmorea – ligna –columnas vexit –et ista tulit” che significa “portò su di sé, pietre, marmi, legni, colonne e, non ultima, una lettiga”

Idealmente, questa storia si può accostare alla testa del bue scolpito in alto sulla parte laterale sinistra della Cattedrale di Firenze, quale tributo agli animali che hanno contribuito con fatica e pazienza alla costruzione della Cupola nonchè all’eroico cavallo di Carlo Cappello (ambasciatore veneziano) che facendo scudo al suo padrone, rimase ucciso sul Lungarno (altezza P.zza de’Giudici) a Firenze da un cannonata delle truppe imperiali di Carlo V.  Era il 1530.  Il cavallo, amatissimo dal padrone, fu sepolto con tutti gli onori nello stesso luogo in cui fu ucciso.  Una lapide, tuttora visibile, posta sul parapetto del lungarno, ricorda[M1] , a perenne memoria, questo sacrificio con commoventi parole.

Mio pensiero: colui che mostra riconoscenza o compassione verso un animale, possiede un’anima nobile e preziosissima. Fortunato chi ce l’ha o chi la incontra.
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Liberamente tratto da “C’era una volta Firenze –Quasi una leggenda di una città –Divagazioni fiorentine di Maria Bernardini
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