Vestita di stracci e ricoperta di fuliggine dalla testa ai piedi, Cenerentola si trascinò verso lo spazio aperto del cortile, reggendo a malapena tra le braccia il pesante secchio da calare nel pozzo per procurarsi l’acqua che sarebbe servita per lavare i panni delle sorellastre e della matrigna. La finestra del secondo piano, corrispondente alla camera dell’immenso armadio guardaroba di Anastasia e Genoveffa, proiettava un fascio di luce sulle pietre bianche del cortile, proprio dove la povera ragazza combatteva con la poco forza dei suoi muscoli per non farsi schiacciare dal compito ingrato che le era stato assegnato. Alzando appena lo sguardo contro i vetri, riuscì a scorgere le sagome delle due sgraziate ragazzette che si provavano i vestiti pagati profumatamente la settimana precedente. Il Principe in cerca disperata d’una sposa, aveva indetto, per quella sera, un grande ballo a corte, e la fortunata che avrebbe attirato le sue attenzioni si sarebbe sistemata per il resto della vita, passando, nello spazio di poche ore, da zero a Principessa. Tutto il regno, dal momento dell’annuncio, era stato attraversato dalla febbre del ballo, e i sarti di tutte le città si erano schifosamente arricchiti dato il grande numero di sfarzosi abiti femminili che erano stati loro commissionati. A pensarci bene, ad ognuna di quelle ragazze sarebbe ormai convenuto sposare il sarto che le aveva agghindate, piuttosto che il principe che avrebbe dovuto guardarle. Ma il titolo nobiliare, si sa, tira più d’un carro di buoi. “Spero siate ingrassate tanto da non entrare più nei vostri stracci; spero che il cocchiere si ammali e nessuno possa portarvi” sibilava tra i denti Cenerentola, mentre tentava di completare il suo dovere, bestemmiando per issare a sé il catino di legno colmo d’acqua agghiacciata. E siccome al peggio non c’è mai fine, il secchio, che era rimasto incastrato sul bordo muschiato del pozzo, si liberò di colpo, roteando in aria e rovesciando l’intero suo contenuto sulla testa della povera fanciulla, che nell’aria gelida di fine ottobre si ritrovò zuppa dalla testa ai piedi, col culo per terra e i palmi delle mani lordi di fango. Non riuscì a trattenere le lacrime. Ruppe in un pianto d’umiliata rabbia e rassegnazione. Cosa aveva fatto di male per meritare una sorte tanto meschina? Le sue sorellastre, così brutte, stavano per fare il loro ingresso in società, mentre lei, così graziosa, se ne stava lì, nera di polvere, a spazzare pavimenti, lavare i panni, piegare fazzoletti e pulire i cessi. I singhiozzi la scuotevano, inginocchiata come in preghiera, inconsolabile. Ma ecco che la speranza riscatta la propria luce dalle tenebre della disfatta. Annunciata da una brezza profumata d’erba, la Fata Madrina arrivò in suo soccorso, materializzandosi dal nulla, con aria svampita e le parole che le uscivano incerte dalle labbra. Ma meravigliosamente magica, come al solito. “Che ti succede piccina? Perché piangi? Hai bruciato di nuovo il filetto di maiale nel forno? Dovresti stare più attenta, tesoro. Capisco che i topini siano i tuoi unici amici, ma potresti scegliere momenti migliori per cantare con loro”. Sospesa a mezz’aria, barcollava leggermente. Correvano da un po’ voci sul suo vizietto di alzare il gomito il sabato sera. “No Madrina, il filetto stavolta non c’entra” rispose tra i sussulti Cenerentola, asciugandosi occhi e naso con la manica della veste “Le mie sorelle e la mia matrigna sono diventate insopportabili, mi bullizzano, non ce la faccio più. Stasera il Principe dà un ballo a palazzo e quella vecchia megera mi ha proibito di andarci. Ti prego aiutami, o mi butto nel pozzo assieme al secchio”. “Non dire altro bambina” rispose la Fata, tirandosi su le maniche e facendo scrocchiare le dita delle mani. Raccolta la bacchetta da una tasca del mantello, da cui cadde una bustina in plastica contenente degli strani germogli, iniziò a rotearla nell’aria, creando dei piccoli vortici di stelle. Subito Cenerentola si ritrovò vestita di tutto punto: la vecchia veste logora e ammuffita si tramutò in un abito in seta rosa con lo strascico, lo scollo a cuore ricamato in pizzo che metteva in mostra il seno (anche i principi delle favole sono fatti carne, dopotutto). I capelli, prima crespi come stoppa, furono mondati dal sudicio e raccolti in una crocchia alta che una fila di perline opalescenti cinse come un diadema. Un paio d’orecchini d’oro e le scarpette di cristallo completarono il corredo. Cenerentola si specchiò in una pozzanghera: era bellissima. Il Principe, era sicura, sarebbe caduto ai suoi piedi appena avrebbe posato lo sguardo su di lei. “Sei pronta adesso” disse Madrina, dopo un iniziale spaesamento. Così ripulita per un attimo non l’aveva riconosciuta. “Ma per andare al ballo ogni Principessa che si rispetti ha bisogno di una carrozza. Dammi un secondo”. Si diresse verso l’orto della casa. Cenerentola speranzosa attendeva con ansia che la grande zucca gialla, che aveva risparmiato al risotto del venerdì, si tramutasse nel suo mezzo di trasporto. Ancora qualche secondo e la trasformazione sarebbe stata completa. A breve avrebbe lasciato il luogo della sua prigionia, entrando a palazzo come una regina. Madrina tornò con un’espressione mesta dipinta sul volto, senza dire una parola. Non c’era traccia né della carrozza, né dei cavalli, né del cocchiere. “Dov’è la carrozza Madrina?” chiese la ragazza con voce tremante. “Bambina mia…”. La fata non aveva il coraggio di parlare. Pessima scelta, quella del Principe, di scegliere il trentuno ottobre, notte di Halloween, per bandire il ballo. Intagliata da un’espressione grottesca di spettro, la carrozza mancata che avrebbe dovuto riscattare Cenerentola dalla miseria stava sul muro del portico dell’ingresso, illuminata dall’interno da una candela che gradualmente, mentre la fiamma soffocava in mezzo alla cera disciolta, emetteva un bagliore sempre più flebile. Un colpo di vento, e la luce sparì in un rivolo di fumo, come la speranza fece in una lacrima dal viso di Cenerentola.
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