Sono dieci i casi di Dengue registrati finora in Toscana, gli ultimi due dei quali a Grassina. Una situazione che richiede attenzione, ma che al momento non rappresenta un’emergenza. A spiegarlo è Alessandro Bartoloni, direttore di Malattie infettive e tropicali dell’ospedale di Careggi.
«La preoccupazione c’è, tanto che il piano per prevenire le arbovirosi è stato attivato rapidamente», sottolinea Bartoloni. La diffusione del virus è favorita da più elementi: il cambiamento climatico, i viaggi nelle zone dove la Dengue è endemica e la presenza sul territorio di zanzare capaci di trasmetterla.
Il caldo e il periodo dell’anno contribuiscono ad aumentare i rischi. Settembre, infatti, è il momento in cui le zanzare tigre raggiungono il massimo della propria attività. Gli insetti possono riprodursi anche in piccole raccolte d’acqua, come tombini o contenitori lasciati nei giardini. Per questo sono importanti gli interventi di disinfestazione, l’eliminazione dei focolai larvali e le precauzioni adottate dai cittadini.
La trasmissione non è immediata: dopo aver punto una persona infetta, la zanzara ha bisogno di alcuni giorni perché il virus si replichi al suo interno e possa essere trasmesso con una nuova puntura.
I sintomi sono simili a quelli influenzali: febbre, dolori muscolari e dietro agli occhi, con la possibile comparsa di eruzioni cutanee. In assenza di complicazioni durano generalmente dai tre ai cinque giorni. Non esiste una terapia specifica: si interviene sui sintomi con il paracetamolo, mentre gli antinfiammatori non steroidei sono controindicati.
Finora i casi toscani non hanno presentato complicazioni. Alcuni pazienti sono stati ricoverati per la febbre elevata e tenuti sotto osservazione, senza però avere bisogno di cure particolari. Il rischio di forme più aggressive aumenta soprattutto in chi contrae una seconda infezione provocata da un differente sierotipo del virus.
Fondamentale è anche una diagnosi tempestiva, non soltanto per chi rientra da Paesi tropicali. «In questo caso alcuni medici hanno sospettato l’infezione anche in persone che non erano tornate da zone endemiche. La risposta è stata valida», evidenzia Bartoloni.
La presenza della zanzara tigre, arrivata in Italia nel 1990 e ormai diffusa in tutta Europa, impone di imparare a convivere con questo rischio. «Il cambiamento climatico scombina tutto», conclude il direttore, ricordando che a marzo il virus è stato individuato persino in una zanzara a Basilea, a nord delle Alpi. Lo scrive la Nazione.
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