"Nella scorsa legislatura siamo stati la prima Regione in Italia a dotarci di una legge per la sicurezza dei lavoratori delle piattaforme digitali. Non una norma simbolica, ma un principio chiaro: il lavoro resta lavoro, anche quando è mediato da uno smartphone. La tecnologia deve essere uno strumento di emancipazione, non un meccanismo di subordinazione invisibile. Ora serve un salto di scala, serve una legge nazionale, che regolamenti il lavoro dei fattorini digitali e gli algoritmi a cui rispondono". Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Antonio Mazzeo, intervenendo sul tema del lavoro tramite piattaforme digitali dopo il caso Deliveroo.
"La notizia non è una piattaforma sotto controllo giudiziario. La notizia vera è che sta emergendo un modello di organizzazione del lavoro che si definisce autonomo solo formalmente, ma che nei fatti è governato da algoritmi che decidono accesso alle prestazioni, tempi, compensi e priorità", ha proseguito.
"La questione non è solo giudiziaria. È democratica: chi governa davvero il lavoro? Se a organizzarlo è un algoritmo, allora quell'algoritmo deve essere trasparente, verificabile e regolamentato da una legge".
Mazzeo ha parlato di un cambio di paradigma: "Non siamo di fronte al caporalato tradizionale, ma a una forma nuova e più sofisticata di intermediazione: potere unilaterale, opacità decisionale, trasferimento del rischio economico sul lavoratore e assenza di reale autonomia contrattuale. Questo è il caporalato digitale". Il vicepresidente ha infine chiarito che: "Non è una crociata contro le app, né contro l'innovazione. L'economia digitale può crescere e creare valore. Ma l'innovazione non è tale se si regge sulla compressione di diritti, sicurezza e salari".
"La notizia non è una piattaforma sotto controllo giudiziario. La notizia vera è che sta emergendo un modello di organizzazione del lavoro che si definisce autonomo solo formalmente, ma che nei fatti è governato da algoritmi che decidono accesso alle prestazioni, tempi, compensi e priorità", ha proseguito.
"La questione non è solo giudiziaria. È democratica: chi governa davvero il lavoro? Se a organizzarlo è un algoritmo, allora quell'algoritmo deve essere trasparente, verificabile e regolamentato da una legge".
Mazzeo ha parlato di un cambio di paradigma: "Non siamo di fronte al caporalato tradizionale, ma a una forma nuova e più sofisticata di intermediazione: potere unilaterale, opacità decisionale, trasferimento del rischio economico sul lavoratore e assenza di reale autonomia contrattuale. Questo è il caporalato digitale". Il vicepresidente ha infine chiarito che: "Non è una crociata contro le app, né contro l'innovazione. L'economia digitale può crescere e creare valore. Ma l'innovazione non è tale se si regge sulla compressione di diritti, sicurezza e salari".
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