Il duro richiamo della Diocesi di Prato sullo sfruttamento nel distretto del pronto moda e sulle responsabilità diffuse della città apre il dibattito politico e istituzionale. A raccogliere l'appello del vescovo Giovanni Nerbini è il sindaco Matteo Biffoni, che invita però a evitare generalizzazioni e a non trasformare la riflessione in una caccia ai colpevoli. «Non ci dobbiamo arrendere. La responsabilità è certamente collettiva, ma non la colpa», afferma il primo cittadino. «Chi guadagna da tutto questo deve farsi delle domande e lo Stato deve cominciare a rispondere con strumenti adatti alla gravità del fenomeno».
Biffoni definisce il documento elaborato dalla Pastorale del Lavoro «di assoluta qualità», pur prendendo le distanze da alcuni passaggi. «C'è un pezzo di Prato che si avvantaggia in maniera predatoria, ma starei attento a generalizzare», osserva. Sul tema della rendita immobiliare, indicata dalla Diocesi come uno degli ingranaggi che alimentano lo sfruttamento, il sindaco riconosce che «c'è chi ha preso i soldi delle rendite e chi si è avvantaggiato del mercato immobiliare per fare la bella vita», ma ricorda anche che altri cittadini hanno reinvestito quelle risorse nelle proprie attività e sul territorio. «I furbacchioni ci sono e si sa, però anche quel pezzo di cittadini va coinvolto, con domande e risposte. Se stai ricevendo troppo rispetto a quel che vale ciò che affitti o vendi, non puoi più non farti delle domande. È un tema di allarme e di coscienza civica».
Secondo il sindaco, il richiamo più importante contenuto nel documento di Nerbini riguarda la necessità di una responsabilità condivisa. «Il Comune, lo Stato, il governo e anche i cittadini di Prato devono fare la loro parte. Cercare le colpe ormai non ha senso», sottolinea. «In questi anni tantissime persone, con incarichi diversi e di ogni colore politico, hanno utilizzato gli strumenti a disposizione senza riuscire a sconfiggere il fenomeno». Biffoni cita anche gli appelli del procuratore Luca Tescaroli sulla necessità di rafforzare gli strumenti investigativi e normativi: «Ha perfettamente ragione. Bisogna creare una cultura condivisa, non si può pensare che arrivi qualcuno e risolva tutto».
Dopo oltre vent'anni di esperienza nelle istituzioni, il sindaco ammette anche momenti di scoramento. «Che esista un sistema criminale organizzato, che lo si chiami mafia o no, va debellato», afferma, ricordando gli sforzi compiuti negli anni da amministratori e rappresentanti politici di diverso orientamento. «Forse il mio grande cruccio è quello di non essere stato abbastanza bravo a spiegare quali problemi e disfunzioni genera tutto questo». Quanto alle accuse di chi sostiene che il documento della Diocesi arrivi troppo tardi, la risposta è netta: «Non è mai tardi. Il fenomeno è radicato e complesso. Invito tutti ad accapigliarsi sulle idee e sulle soluzioni. La responsabilità collettiva significa che anche il Comune è investito. Litighiamo pure sulle risposte, ma continuiamo a cercarle». Lo scrive il Corriere Fiorentino.
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