«Un giorno passeggiava insieme a un altro partigiano, quando furono fermati da alcuni soldati fascisti. In mano avevano delle sporte e uno di loro gli chiese: “Cosa avete lì dentro?”. Lei, con leggerezza e senza pensarci troppo, rispose: “Bombe”. I militi scoppiarono in una risata, le diedero una pacca sul sedere e li mandarono via. Nelle buste avevano davvero delle bombe». È uno dei ricordi legati a Maria Luigia Guaita, partigiana, editrice e scrittrice che Firenze celebrerà in occasione dell’omaggio alle donne della Resistenza per l’82° anniversario della Liberazione della città dal nazifascismo.
Nata a Pisa l’11 agosto 1912 e morta a Firenze nel 2007, Guaita partecipò alla Resistenza nelle file di Giustizia e Libertà. Già dal 1941, mentre lavorava alla Banca Nazionale del Lavoro, forniva documenti falsi a ebrei e antifascisti. Dopo l’8 settembre entrò in clandestinità e l’11 agosto 1944 contribuì a far suonare la Martinella e a issare il tricolore sulla Torre di Arnolfo. «Era una donna molto forte, ma la guerra forgiò in lei una tempra unica, rendendola un personaggio incredibile: non si arrendeva di fronte a nulla», racconta il pronipote Simone Guaita. «Il ricordo del Comune di Firenze è un gesto di enorme gratitudine, ma è anche un modo per riscattare la figura delle donne partigiane, da sempre confinate in un ruolo ancillare quando si parla della Seconda guerra mondiale».
Nel 1959 Guaita fondò Il Bisonte Edizioni d’Arte, progetto al quale dedicò gran parte della sua vita e che riuscì a far rinascere anche dopo la devastazione provocata dall’alluvione di Firenze. «Il Bisonte era la sua creatura. Anche quando l’alluvione distrusse completamente la sede appena aperta, lei si rimboccò le maniche e riuscì ad andare avanti», ricorda ancora il pronipote. Negli ultimi anni mantenne un rapporto particolarmente forte con le nuove generazioni: «È sempre stata indulgente nei confronti dei giovani, si è nutrita della loro vitalità, dei loro sogni e dei loro entusiasmi. Nonostante l’età continuava ad avere nuovi progetti. “Mi sento come loro”, diceva spesso. È stata una grande donna». Lo scrive la Nazione.
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