Francesco Torselli, eurodeputato del Gruppo ECR e di Fratelli d'Italia, ha parlato così in esclusiva a Firenzedintorni.it:
La crisi del settore industriale ha portato, per la prima volta, a uno sciopero unitario. Come si può fermare la progressiva deindustrializzazione?
La crisi industriale non è una novità. Non nasce oggi, né tantomeno nel 2022 con l’insediamento del Governo Meloni, ma affonda le proprie radici nel 2008. Da allora, la produzione industriale italiana non è mai tornata ai livelli precedenti alla grande crisi economica: il segno evidente di un processo di deindustrializzazione che dura ormai da oltre quindici anni.
Fa quindi riflettere che le organizzazioni sindacali abbiano deciso di promuovere una mobilitazione unitaria soltanto oggi, a così grande distanza dall’inizio della crisi. È un elemento sul quale sarebbe opportuno interrogarsi.
Questo, naturalmente, non significa mettere in discussione la legittimità della protesta. Il problema esiste ed è reale, ma deve essere analizzato senza letture ideologiche.
Il primo dato da considerare riguarda l’occupazione. Quando le imprese chiudono o riducono la produzione, inevitabilmente si perdono posti di lavoro. Negli anni successivi al 2008, il nostro Paese ha infatti attraversato una fase di grave difficoltà occupazionale.
In questo contesto si inserisce anche l’esperienza del Reddito di Cittadinanza, nato come risposta all’aumento della disoccupazione ma che, nei fatti, non ha prodotto gli effetti sperati né sul fronte della crescita occupazionale né su quello della reindustrializzazione. Ha rappresentato un costo significativo per lo Stato, senza incidere sulle cause strutturali del problema.
Dal 2022, invece, i dati restituiscono un quadro diverso per quanto riguarda il mercato del lavoro: l’occupazione ha raggiunto livelli record, mentre la disoccupazione, compresa quella giovanile, è scesa ai minimi storici. La deindustrializzazione, purtroppo, non è stata ancora arrestata, ma sul piano occupazionale si è registrata un’inversione di tendenza che è sotto gli occhi di tutti.
Per questa ragione, non ritengo corretto attribuire la crisi industriale esclusivamente all’attuale Governo.
Anche le dichiarazioni della sindaca Sara Funaro, che ha espresso solidarietà ai manifestanti invitando il Governo nazionale a fare la propria parte, meritano una riflessione. Se la crisi è iniziata nel 2008, le responsabilità non possono essere ricondotte soltanto a Palazzo Chigi. È doveroso guardare anche a Via Cavour, sede della Regione Toscana.
La crisi industriale riguarda l’intero Paese, ma non tutte le regioni hanno ottenuto gli stessi risultati. Negli ultimi anni, alcune hanno addirittura aumentato il peso dell’industria sul proprio PIL. Tra queste figura il Lazio, una regione del Centro Italia che oggi registra performance migliori rispetto alla Toscana.
La Toscana, al contrario, è la regione italiana che ha registrato la maggiore riduzione del peso dell’industria sul PIL, con un calo del 19,2%: il risultato peggiore degli ultimi venticinque anni. Sono inoltre circa 15.000 i lavoratori coinvolti tra cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali.
È evidente, quindi, che il problema non riguarda soltanto le politiche nazionali, ma anche quelle regionali. Se questo sciopero servirà ad aprire un confronto serio sulle ragioni per cui la Toscana sta perdendo più industria rispetto ad altre regioni, da parte nostra ci sarà piena disponibilità al dialogo. Se, invece, si vuole sostenere che la deindustrializzazione sia iniziata con il Governo Meloni, si propone una lettura che non trova alcun riscontro nei dati.
Servono politiche industriali più incisive per invertire questa tendenza?
Assolutamente sì. Sono numerosi i comparti che stanno attraversando una fase di difficoltà e il Governo nazionale è già intervenuto con misure specifiche.
Penso, ad esempio, al lavoro svolto in sede europea per escludere la pelle dall’elenco delle materie prime interessate dal regolamento sulla deforestazione, oppure al rinvio di sessanta mesi dell’entrata in vigore dell’EPR, la Responsabilità Estesa del Produttore. Si tratta di risultati concreti, ottenuti a tutela di filiere strategiche per il nostro territorio.
A questi interventi si aggiunge la firma definitiva del protocollo d’intesa tra JSW, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e la Regione Toscana per il rilancio del polo siderurgico di Piombino.
Sono segnali che dimostrano la volontà del Governo di costruire una vera politica industriale. Tuttavia, nessun piano industriale può funzionare senza infrastrutture adeguate.
Ed è proprio su questo terreno che la Toscana paga un ritardo evidente. Negli ultimi decenni ha perso competitività rispetto alle grandi regioni del Nord e oggi rischia di essere superata anche da alcune realtà del Centro-Sud.
Le criticità infrastrutturali sono sotto gli occhi di tutti. L’ultima grande opera viaria realizzata è stata la Firenze-Pisa-Livorno, costruita oltre trent’anni fa. Da allora, gli investimenti sono stati insufficienti.
Anche il sistema aeroportuale presenta limiti evidenti. Firenze e Pisa continuano a pagare anni di divisioni e campanilismi, che hanno impedito la nascita di un vero sistema integrato e competitivo a livello internazionale.
Lo stesso vale per il porto di Livorno. Da anni si parla della Darsena Europa, ma il progetto non è ancora diventato realtà. L’arrivo del commissario Dionisi rappresenta un’opportunità importante per accelerare finalmente i lavori.
Permangono, inoltre, forti ritardi nella rete ferroviaria, nella quale esistono ancora tratte alimentate a gasolio.
In una regione dove il principale porto, gli aeroporti e il capoluogo non sono collegati attraverso infrastrutture moderne ed efficienti, è difficile immaginare che i grandi gruppi industriali scelgano di investire.
A queste criticità si aggiungono le difficoltà del comparto della moda, che negli ultimi anni ha legato una parte significativa della propria produzione ai grandi marchi internazionali del lusso. Una strategia che ha prodotto risultati positivi nel breve periodo, ma che oggi sta mostrando tutti i propri limiti.
In conclusione, ritengo che il Governo nazionale stia cercando di costruire una strategia industriale attraverso interventi concreti nei settori del tessile, della pelle e della siderurgia. Sul piano regionale, invece, manca ancora una visione altrettanto chiara e incisiva, soprattutto sul fronte delle infrastrutture e delle politiche di sviluppo, che rappresentano condizioni indispensabili per rilanciare la competitività della Toscana
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Nato a Firenze il 9 marzo 1976, Francesco Torselli è una delle figura di spicco del panorama politica italiano ed europeo. Eurodeputato italiano del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), eletto nelle fila di Fratelli d’Italia, rappresenta una delle figure più consolidate del centrodestra toscano, con alle spalle un percorso politico sviluppato tra livello locale e regionale.
Prima dell’approdo a Bruxelles nel 2024, ha ricoperto il ruolo di capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio Regionale della Toscana, distinguendosi per un’attività politica incentrata sulla difesa del tessuto produttivo e delle identità territoriali. Un’esperienza che oggi porta nel contesto europeo, dove si occupa in particolare di politiche economiche, industriali e del lavoro.
Al Parlamento europeo è membro della Commissione per il commercio internazionale (INTA) e della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (EMPL), oltre a essere membro sostituto nella Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (ITRE) e nella Delegazione all’Assemblea parlamentare euro-latinoamericana (DLAT). Partecipa inoltre alle delegazioni per i rapporti tra Unione europea e Messico e tra Unione europea e Regno Unito.
Nel corso della sua attività parlamentare si è concentrato su temi come la tutela delle filiere produttive europee, il sostegno ai lavoratori colpiti dalla globalizzazione e l’impatto delle trasformazioni economiche e tecnologiche sul mercato del lavoro, intervenendo anche su questioni sociali e sull’utilizzo dei fondi europei.
La crisi del settore industriale ha portato, per la prima volta, a uno sciopero unitario. Come si può fermare la progressiva deindustrializzazione?
La crisi industriale non è una novità. Non nasce oggi, né tantomeno nel 2022 con l’insediamento del Governo Meloni, ma affonda le proprie radici nel 2008. Da allora, la produzione industriale italiana non è mai tornata ai livelli precedenti alla grande crisi economica: il segno evidente di un processo di deindustrializzazione che dura ormai da oltre quindici anni.
Fa quindi riflettere che le organizzazioni sindacali abbiano deciso di promuovere una mobilitazione unitaria soltanto oggi, a così grande distanza dall’inizio della crisi. È un elemento sul quale sarebbe opportuno interrogarsi.
Questo, naturalmente, non significa mettere in discussione la legittimità della protesta. Il problema esiste ed è reale, ma deve essere analizzato senza letture ideologiche.
Il primo dato da considerare riguarda l’occupazione. Quando le imprese chiudono o riducono la produzione, inevitabilmente si perdono posti di lavoro. Negli anni successivi al 2008, il nostro Paese ha infatti attraversato una fase di grave difficoltà occupazionale.
In questo contesto si inserisce anche l’esperienza del Reddito di Cittadinanza, nato come risposta all’aumento della disoccupazione ma che, nei fatti, non ha prodotto gli effetti sperati né sul fronte della crescita occupazionale né su quello della reindustrializzazione. Ha rappresentato un costo significativo per lo Stato, senza incidere sulle cause strutturali del problema.
Dal 2022, invece, i dati restituiscono un quadro diverso per quanto riguarda il mercato del lavoro: l’occupazione ha raggiunto livelli record, mentre la disoccupazione, compresa quella giovanile, è scesa ai minimi storici. La deindustrializzazione, purtroppo, non è stata ancora arrestata, ma sul piano occupazionale si è registrata un’inversione di tendenza che è sotto gli occhi di tutti.
Per questa ragione, non ritengo corretto attribuire la crisi industriale esclusivamente all’attuale Governo.
Anche le dichiarazioni della sindaca Sara Funaro, che ha espresso solidarietà ai manifestanti invitando il Governo nazionale a fare la propria parte, meritano una riflessione. Se la crisi è iniziata nel 2008, le responsabilità non possono essere ricondotte soltanto a Palazzo Chigi. È doveroso guardare anche a Via Cavour, sede della Regione Toscana.
La crisi industriale riguarda l’intero Paese, ma non tutte le regioni hanno ottenuto gli stessi risultati. Negli ultimi anni, alcune hanno addirittura aumentato il peso dell’industria sul proprio PIL. Tra queste figura il Lazio, una regione del Centro Italia che oggi registra performance migliori rispetto alla Toscana.
La Toscana, al contrario, è la regione italiana che ha registrato la maggiore riduzione del peso dell’industria sul PIL, con un calo del 19,2%: il risultato peggiore degli ultimi venticinque anni. Sono inoltre circa 15.000 i lavoratori coinvolti tra cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali.
È evidente, quindi, che il problema non riguarda soltanto le politiche nazionali, ma anche quelle regionali. Se questo sciopero servirà ad aprire un confronto serio sulle ragioni per cui la Toscana sta perdendo più industria rispetto ad altre regioni, da parte nostra ci sarà piena disponibilità al dialogo. Se, invece, si vuole sostenere che la deindustrializzazione sia iniziata con il Governo Meloni, si propone una lettura che non trova alcun riscontro nei dati.
Servono politiche industriali più incisive per invertire questa tendenza?
Assolutamente sì. Sono numerosi i comparti che stanno attraversando una fase di difficoltà e il Governo nazionale è già intervenuto con misure specifiche.
Penso, ad esempio, al lavoro svolto in sede europea per escludere la pelle dall’elenco delle materie prime interessate dal regolamento sulla deforestazione, oppure al rinvio di sessanta mesi dell’entrata in vigore dell’EPR, la Responsabilità Estesa del Produttore. Si tratta di risultati concreti, ottenuti a tutela di filiere strategiche per il nostro territorio.
A questi interventi si aggiunge la firma definitiva del protocollo d’intesa tra JSW, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e la Regione Toscana per il rilancio del polo siderurgico di Piombino.
Sono segnali che dimostrano la volontà del Governo di costruire una vera politica industriale. Tuttavia, nessun piano industriale può funzionare senza infrastrutture adeguate.
Ed è proprio su questo terreno che la Toscana paga un ritardo evidente. Negli ultimi decenni ha perso competitività rispetto alle grandi regioni del Nord e oggi rischia di essere superata anche da alcune realtà del Centro-Sud.
Le criticità infrastrutturali sono sotto gli occhi di tutti. L’ultima grande opera viaria realizzata è stata la Firenze-Pisa-Livorno, costruita oltre trent’anni fa. Da allora, gli investimenti sono stati insufficienti.
Anche il sistema aeroportuale presenta limiti evidenti. Firenze e Pisa continuano a pagare anni di divisioni e campanilismi, che hanno impedito la nascita di un vero sistema integrato e competitivo a livello internazionale.
Lo stesso vale per il porto di Livorno. Da anni si parla della Darsena Europa, ma il progetto non è ancora diventato realtà. L’arrivo del commissario Dionisi rappresenta un’opportunità importante per accelerare finalmente i lavori.
Permangono, inoltre, forti ritardi nella rete ferroviaria, nella quale esistono ancora tratte alimentate a gasolio.
In una regione dove il principale porto, gli aeroporti e il capoluogo non sono collegati attraverso infrastrutture moderne ed efficienti, è difficile immaginare che i grandi gruppi industriali scelgano di investire.
A queste criticità si aggiungono le difficoltà del comparto della moda, che negli ultimi anni ha legato una parte significativa della propria produzione ai grandi marchi internazionali del lusso. Una strategia che ha prodotto risultati positivi nel breve periodo, ma che oggi sta mostrando tutti i propri limiti.
In conclusione, ritengo che il Governo nazionale stia cercando di costruire una strategia industriale attraverso interventi concreti nei settori del tessile, della pelle e della siderurgia. Sul piano regionale, invece, manca ancora una visione altrettanto chiara e incisiva, soprattutto sul fronte delle infrastrutture e delle politiche di sviluppo, che rappresentano condizioni indispensabili per rilanciare la competitività della Toscana
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Nato a Firenze il 9 marzo 1976, Francesco Torselli è una delle figura di spicco del panorama politica italiano ed europeo. Eurodeputato italiano del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), eletto nelle fila di Fratelli d’Italia, rappresenta una delle figure più consolidate del centrodestra toscano, con alle spalle un percorso politico sviluppato tra livello locale e regionale.
Prima dell’approdo a Bruxelles nel 2024, ha ricoperto il ruolo di capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio Regionale della Toscana, distinguendosi per un’attività politica incentrata sulla difesa del tessuto produttivo e delle identità territoriali. Un’esperienza che oggi porta nel contesto europeo, dove si occupa in particolare di politiche economiche, industriali e del lavoro.
Al Parlamento europeo è membro della Commissione per il commercio internazionale (INTA) e della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (EMPL), oltre a essere membro sostituto nella Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (ITRE) e nella Delegazione all’Assemblea parlamentare euro-latinoamericana (DLAT). Partecipa inoltre alle delegazioni per i rapporti tra Unione europea e Messico e tra Unione europea e Regno Unito.
Nel corso della sua attività parlamentare si è concentrato su temi come la tutela delle filiere produttive europee, il sostegno ai lavoratori colpiti dalla globalizzazione e l’impatto delle trasformazioni economiche e tecnologiche sul mercato del lavoro, intervenendo anche su questioni sociali e sull’utilizzo dei fondi europei.
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