Firenze è ricca di leggende, fantasmi, spiritelli, che la rendono ancor più affascinante e misteriosa come in questa storia

I Fiorentini sono innamorati della loro città, dai palazzi più famosi ai vicoli più nascosti. Ecco il bel Palazzo del Bargello, una volta triste luogo per i condannati a morte e, a pochi passi, l’agile Torre di Arnolfo e l’Arno, sonnolento, racchiuso tra argini ed arcate. Ho menzionato solo queste due costruzioni (Eh sì, che ce ne sarebbero altre, da non finire più di scrivere!!) perché la nostra fantastica storia inizia da una stradina, quasi un vicolo, che si trova lì vicino , il cui nome è Via del Corno, è rettilinea, al contrario di come il nome dello strumento farebbe supporre. In tempi storici, esisteva in quella strada un palazzo gentilizio che aveva per stemma un piccolo corno lunato racchiuso nella pietra.

Le case attorno erano proprietà della famiglia stessa. Originariamente questo palazzo era abitato da un giovin signore e da un folletto. Nessun servitore era in quel palazzo perchè il folletto provvedeva a tutto,faccende comprese (che fortuna, dico io!!!) e distraeva il padrone con arguta e allegra compagnia. Quindi si può dire che quella strana creatura avesse il compito di vegliare su di lui, tanto è vero che quando qualche ospite si comportava in maniera non consona o si intratteneva troppo a lungo, il folletto cominciava ad infastidire col suono di un piccolo corno che portava sempre appeso al collo. Il suono era così sgradevole, stridulo e petulante che non rimaneva altro che andar via.. Nelle lunghe serate d’inverno il piccolo genio cercava di rendere meno noiose le ore al suo signore, con il suono del corno che si spandeva dappertutto anche nella strada ed era una melodia così dolce,così calma, così particolare, che tutti si sentivano felici pur ignorando chi fosse il musico. .

Un sera il folletto sembrava aver perso il suo allegro carattere, non aveva neppure voglia di suonare e alla domanda del suo padrone, confessò che il giovane era in pericolo di vita e che il giorno dopo sarebbe morto affogato. Come era possibile? L’acqua dell’Arno era così bassa da non incutere alcun pericolo!

“Se avrai bisogno – continuò il folletto - suona il mio piccolo corno”, glielo appese al collo legato ad una cordicella e sparì, lasciando il padrone attonito e sconvolto sia per la tragica notizia che per la repentina scomparsa del suo amico.

L’indomani, il giovane, memore delle parole dello spiritello, sentì la paura invadere il suo cuore e preferì, con una idea davvero bislacca, ritirarsi in una stanza terrena, anzichè salire al piano più alto del palazzo. Purtroppo, il pavimento di legno corroso dal tempo e dall’umidità, cedette, facendolo precipitare nella sottostante cantina dentro un altissimo tino pieno di mosto già pronto. Sarebbe certamente affogato se non si fosse ricordato del corno che si mise disperatamente a suonare. Uscì un suono lugubre e lunghissimo. I vicini abituati al suono dolce di una musica diversa, capirono il pericolo e corsero a salvare il malcapitato. Del folletto non si seppe più nulla tanto che il giovane trovandosi sano e salvo con il corno tra le mani,pensò di aver sognato. Ma, in ricordo della scampata disavventura, volle che un piccolo corno fosse inciso nel suo stemma, come pure in S.Maria Novella su una tomba gentilizia….quella del giovin signore di via del Corno.

Liberamente tratto da “C’era una volta Firenze –Quasi una leggenda di una città –Divagazioni fiorentine di Maria Bernardini
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