Il racconto della settimana

All’aeroporto di Bari il gate degli arrivi era stracolmo di gente. Una tempesta che imperversava su centro e nord Italia aveva causato il dirottamento di tutti i voli diretti nel resto nel paese proprio nello scalo pugliese. La gente correva per la sala impazzita, sgomitando tra gli altri disperati con i telefonini all’orecchio, tentando di chiamare la compagnia aerea per farsi risarcire, per avvisare i familiari o per cercare una macchina a noleggio. Le dogane straripavano di passeggeri: comitive di suore e frati originariamente diretti a Roma per assistere all’angelus del Papa, modelle che avrebbero dovuto sfilare alla Settimana della Moda di Milano, turisti armati di macchina fotografica per immortalare i monumenti di Firenze. Una folla di infinite nazionalità e professioni. Lo scalo di Bari Palese si era trasformato in una Babele in cui tutti gridavano senza capire cosa stesse succedendo. E che dire dei nastri trasportatori dei bagagli? Il sovrannumero imprevisto di valige, trolley, borse e zaini aveva creato un trambusto tale che la gente correva da una parte all’altra della sala, mangiandosi le mani dall’ansia, incapace di indovinare quale di quei diabolici marchingegni rotanti avrebbe sputato il suo prezioso carico. Un uomo distinto, in giacca e cravatta, gli occhiali da sole ben saldi sul naso aquilino e i pugni serrati dalla rabbia sembrava particolarmente impaziente: aspettando di veder comparire il proprio bagaglio vagava da un nastro all’altro, ma come arrivava davanti a uno di essi, gettato appena lo sguardo tra le valige rotanti, subito se ne andava verso quello accanto, in un moto perpetuo di squalo a caccia. Durante i tragitti dardeggiava sguardi di fuoco sul quadrante dell’orologio che teneva al polso. “Dovrei essere a Torino per le dodici per chiudere l’affare con il Presidente!” bestemmiava tra sé, cacciando un cazzotto tra le costole di un ragazzo affacciato su uno dei nastri, per scostarlo e poter continuare a cercare con lo sguardo la propria borsa. “Sono già le nove e sono ancora bloccato in questo buco a mille chilometri da dove dovrei essere! Accidenti a questo temporale!”. Furibondo continuava a coprire con passi nervosi la distanza tra un lato e l’altro della sala, ma del suo prezioso bagaglio nemmeno l’ombra. Disperato, sedette infine su una delle panche del gate, deciso a riposare un attimo prima di recarsi al banco dei bagagli smarriti: le sue cose, ormai ne era certo, erano perdute irrimediabilmente, forse addirittura languivano sull’asfalto della pista, abbandonate dall’imperizia di qualche caprone di addetto al trasporto. Forse era sempre stato lì, o forse si era seduto poco dopo di lui, fatto sta che girandosi scoprì di non essere solo: accanto a lui sulla panchina un vecchio con un gran barbone bianco stava, con sguardo assorto, a sorvegliare il nastro trasportatore, appoggiato al suo bastone da passeggio. “Aspetta anche lei la sua valigia?” chiese cortese il vecchio all’uomo distinto, al quale pareva che da un momento all’altro la testa rasata dovesse prendere a fumare per la collera. “Secondo lei?” rispose quello con sarcasmo “Come tutti qui dentro! E lei che fa? Aspetta il deambulatore?”. Pestò il piede a terra chiedendosi dove fosse la maledetta uscita: almeno fuori avrebbe potuto sfogare la frustrazione con una, macché una, con cento sigarette! “Via, non si agiti. Vedrà che il suo bagaglio arriverà. Bisogna apprezzare il tempo dell’attesa” continuò il vecchio quasi sussurrando. “Bisogna apprezzare il tempo dell’attesa” ripeté con voce stridula e nasale l’uomo distinto “mica ho tempo da perdere come lei, io!”. “Sarà” disse il vecchio alzandosi lentamente in piedi “Io comunque preferisco viaggiare sempre leggero, per evitare problemi”. Senza aggiungere altro si incamminò verso il nastro. Una volta là, piegandosi appena, raccolse qualcosa di rotondo e azzurro. L’uomo distinto non poteva credere ai suoi occhi: il bagaglio di quel vecchio pazzo era un mappamondo. L’anziano incrociò il suo sguardo, sorrise e scosse appena l’oggetto, dal quale cadde una fitta pioggerellina di gocce d’acqua. Avviandosi verso l’uscita, passò di nuovo accanto alla panchina dove l’altro era rimasto immobile. “Non se la prenda” disse all’uomo distinto, che se ne stava a bocca aperta come una carpa presa all’amo “Detto fra noi, non era un granché l’affare che doveva concludere a Torino. Se proprio dovevo mandare una bufera, ho scelto il giorno perfetto per lei”.
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