Il mese di agosto per il calcio italiano coincide da oltre quarant'anni con il ricordo di uno dei suoi più grandi dirigenti, ma lo sguardo della Fondazione Franchi è costantemente rivolto al futuro. In questa intervista, il presidente Francesco Franchi traccia una linea ideale che unisce la memoria storica di suo padre Artemio alle sfide più urgenti del calcio moderno: la riqualificazione degli impianti in ottica Smart City e l'educazione dei giovani attraverso il fair play.
Il prossimo 12 agosto si ricorderà il babbo Franchi. Cosa rappresenta oggi il cippo di Berrettini per la memoria di suo padre e per il territorio?
«Il 12 agosto del 1983 mio padre perse la vita in un incidente stradale. Ogni anno le celebrazioni ci riportano in un luogo specifico della provincia di Siena, sulla via Lauretana Antica, tra Taverne d’Arbia e Asciano. Lì, in corrispondenza della curva dell'incidente, sorge una stele dorata, un cippo realizzato dallo scultore senese Mauro Berrettini. È un monumento che testimonia il legame viscerale di mio padre con questa terra. Spesso lo ricordiamo come presidente della FIGC e della UEFA, ma Artemio Franchi era anche un uomo del territorio, profondamente legato alle sue radici, come dimostra il suo ruolo di Capitano della Contrada della Torre a Siena. Quel cippo non è solo un punto di memoria personale, ma il simbolo di un'intera comunità che non dimentica il suo lascito».
Passando ai progetti futuri della Fondazione, a settembre è in programma un importante convegno dedicato agli stadi. Qual è la vostra visione sulla situazione degli impianti italiani?
«A settembre organizzeremo un convegno al Centro Tecnico Federale di Coverciano insieme alla Lega Pro, e compatibilmente anche con la Lega Serie B, per affrontare un tema non più rimandabile. Purtroppo gli stadi italiani non sono più sostenibili dal punto di vista ambientale; basti pensare alla quasi totale assenza di soluzioni moderne come i pannelli fotovoltaici. La nostra idea è che lo stadio debba essere inteso come un vero e proprio contenitore di servizi all'interno di una Smart City. Dobbiamo rendere lo stadio vivibile sempre, sette giorni su sette, e non soltanto durante l’ora e mezza della partita. È un cambio di paradigma culturale ed economico necessario».
Rimanendo a settembre, c'è un altro progetto molto interessante legato al calcio giovanile, il "Blue Card". Di cosa si tratta?
«È un progetto pilota che contiamo di far partire a settembre nell'area metropolitana. Il "Blue Card" (cartellino blu, ndr) è un premio che gli arbitri assegneranno all'interno del settore giovanile per valorizzare i gesti etici e la correttezza sportiva sul campo. Pensiamo al giovane calciatore che si scusa dopo un fallo o a qualsiasi altro comportamento di sincero fair play. Per dare un segnale concreto, le tre società sportive che si distingueranno maggiormente in questo percorso riceveranno un premio in denaro. Vogliamo rimettere i valori educativi al centro dello sport di base».
Parlando di impianti, l'orizzonte per il calcio italiano è segnato da Euro 2032. Rappresenta davvero l'ultima chiamata per il nostro sistema?
«Euro 2032 è un'opportunità straordinaria, ma soprattutto rappresenta un lavoro di ammodernamento che in Italia manca da troppi anni. I Mondiali di Italia '90, purtroppo, non hanno portato a risultati straordinari a lungo termine in termini di infrastrutture. Questa volta serve un piano di ammortamento serio e strutturato, che metta al centro la sicurezza e il concetto di "smart city stadiums", rispettando gli impegni rigorosi presi verso la UEFA. Se i tempi dei cantieri del Franchi di Firenze verranno rispettati come spero, ho un sogno nel cassetto: mi piacerebbe vederci giocare la finale del torneo, magari con l'Italia protagonista sul campo».
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