Ai tempi delle persecuzioni di Decio (250 d.C.) in particolare dei Cristiani, a Firenze comparve un armeno credente, di nome Miniato, che per campanilismo, molti vorrebbero fiorentino di nascita, ma in realtà proveniva da un paese più vicino alla Terra Santa.
In oltrarno , in un fitto bosco, Miniato trovò la sua pace e raccoglimento, creando un piccolo oratorio dedicato a S.Pietro.
Nel frattempo, In basso, la città cresceva e, purtroppo, crescevano anche le discordie e le liti fra gli uomini e quell’amore che fa fratelli gli uni verso gli altri ,sparì giorno dopo giorno.
Dall’alto del suo riparo, Miniato trascorreva le giornate nella preghiera tra il canto degli uccelli e le resine odorose del bosco ma un giorno qualcuno, durante una passeggiata sul colle, scoprì il suo ritiro e da allora Miniato portò, tra gli uomini , la sacra preghiera della fede. Quegli stessi uomini divennero suoi confratelli e abitarono con lui la “Val di Bòtte”, nome del luogo di ritiro- Questo nome farebbe pensare a un luogo dove gentaglia e loschi individui venivano alle mani con grande violenza,invece la Fede racconta, novellando, che questo era uno spazio ove i monaci si punivano per penitenza.
Purtroppo, per Miniato la pace ebbe fine quando i soldati di Decio lo prelevarono, subendo, presso Porta alla Croce vicino al gorgo dell’Arno, uno dei più orrendi supplizi della storia, i cui dettagli risparmio volentieri al lettore per la malvagità e nefandezza perpetrate da esseri umani (se così si possono definire) verso un altro loro simile, colpevole solo di non condividere le leggi di Decio.
Una leggenda racconta che Miniato, martirizzato, dopo aver attraversato miracolosamente l’Arno, riuscisse a salire ormai morente il colle Mons Florentinus (oggi Monte alle Croci). Lì fu sepolto e lì sorge il monastero col Palazzo dei Vescovi, la bellissima basilica, capolavoro dello stile romanico fiorentino a Lui dedicata, San Miniato al Monte, il cimitero monumentale delle Porte Sante e l’antico convento dove i monaci benedettini olivetani vivono e lavorano.
Nella chiesa,tra la porta della sagrestia e quella del chiostro, c’è una tavola dipinta a tempera con la storia del Santo. Sulla testa di Miniato si nota la corona del martirio e una linea sottile attraversare la sua fronte che sta ad indicare il taglio che lo ha santificato.
Sull’angolo della facciata della Chiesa che continua “naturale” alla fine dell’intarsio policromo marmoreo, si trova una lampada che i monaci, di notte mantengono accesa affinchè - dicono - Miniato possa ritrovare la strada per tornare a vegliare sul monastero e su tutta Firenze. Inoltre la porta a sinistra sul davanti, si chiama “Porta Santa” perché lì furono ritrovate le sue ossa.
Una sera, nella valle, tra il tramontar del sole e il sorger della luna,qualcuno lesse le parole di San Paolo scritte ai Corinzi:
“Poveri, ma ne arricchiamo tanti – Nostalgici ma siamo sempre allegri - Sconosciuti, eppure siamo ben noti - Possessori di niente perché possediamo ogni cosa – Abbiamo la Fede e la parola di Dio, non abbiamo bisogno di altro.
Miniato fu il primo martire di Firenze.
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Liberamente tratto da “C’era una volta Firenze –Quasi una leggenda di una città –Divagazioni fiorentine di Maria Bernardini con piccole annotazioni riprese dal Web
In oltrarno , in un fitto bosco, Miniato trovò la sua pace e raccoglimento, creando un piccolo oratorio dedicato a S.Pietro.
Nel frattempo, In basso, la città cresceva e, purtroppo, crescevano anche le discordie e le liti fra gli uomini e quell’amore che fa fratelli gli uni verso gli altri ,sparì giorno dopo giorno.
Dall’alto del suo riparo, Miniato trascorreva le giornate nella preghiera tra il canto degli uccelli e le resine odorose del bosco ma un giorno qualcuno, durante una passeggiata sul colle, scoprì il suo ritiro e da allora Miniato portò, tra gli uomini , la sacra preghiera della fede. Quegli stessi uomini divennero suoi confratelli e abitarono con lui la “Val di Bòtte”, nome del luogo di ritiro- Questo nome farebbe pensare a un luogo dove gentaglia e loschi individui venivano alle mani con grande violenza,invece la Fede racconta, novellando, che questo era uno spazio ove i monaci si punivano per penitenza.
Purtroppo, per Miniato la pace ebbe fine quando i soldati di Decio lo prelevarono, subendo, presso Porta alla Croce vicino al gorgo dell’Arno, uno dei più orrendi supplizi della storia, i cui dettagli risparmio volentieri al lettore per la malvagità e nefandezza perpetrate da esseri umani (se così si possono definire) verso un altro loro simile, colpevole solo di non condividere le leggi di Decio.
Una leggenda racconta che Miniato, martirizzato, dopo aver attraversato miracolosamente l’Arno, riuscisse a salire ormai morente il colle Mons Florentinus (oggi Monte alle Croci). Lì fu sepolto e lì sorge il monastero col Palazzo dei Vescovi, la bellissima basilica, capolavoro dello stile romanico fiorentino a Lui dedicata, San Miniato al Monte, il cimitero monumentale delle Porte Sante e l’antico convento dove i monaci benedettini olivetani vivono e lavorano.
Nella chiesa,tra la porta della sagrestia e quella del chiostro, c’è una tavola dipinta a tempera con la storia del Santo. Sulla testa di Miniato si nota la corona del martirio e una linea sottile attraversare la sua fronte che sta ad indicare il taglio che lo ha santificato.
Sull’angolo della facciata della Chiesa che continua “naturale” alla fine dell’intarsio policromo marmoreo, si trova una lampada che i monaci, di notte mantengono accesa affinchè - dicono - Miniato possa ritrovare la strada per tornare a vegliare sul monastero e su tutta Firenze. Inoltre la porta a sinistra sul davanti, si chiama “Porta Santa” perché lì furono ritrovate le sue ossa.
Una sera, nella valle, tra il tramontar del sole e il sorger della luna,qualcuno lesse le parole di San Paolo scritte ai Corinzi:
“Poveri, ma ne arricchiamo tanti – Nostalgici ma siamo sempre allegri - Sconosciuti, eppure siamo ben noti - Possessori di niente perché possediamo ogni cosa – Abbiamo la Fede e la parola di Dio, non abbiamo bisogno di altro.
Miniato fu il primo martire di Firenze.
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Liberamente tratto da “C’era una volta Firenze –Quasi una leggenda di una città –Divagazioni fiorentine di Maria Bernardini con piccole annotazioni riprese dal Web
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