Il detto proverbiale sopra citato era molto usato a Firenze, significava averla scampata bella!! C’era una stradina (per la verità c’è ancora) che da Via dei Calzaiuoli arriva a P.zza S.Firenze, si chiamava “Via delle Condotte”. Le condotte erano drappelli di soldati, che accompagnavano i condannati al Palazzo del Bargello, poco distante, per poi ritornare in quella via, dove era di stanza la loro guarnigione. Il rumore delle alabarde, i passi cadenzati dei soldati, riecheggiavano tristemente in quel luogo e non solo lì, in una sinistra sinfonia.
Erano i tempi in cui vigeva la pena di morte anche se non sempre veniva applicata. La sentenza veniva letta davanti alla chiesa di Badia (situata di fronte al Bargello) che aveva in quel periodo due rampe di scale sulla facciata convergenti a terrazza da dove era ben visibile uno stemma entro il quale appariva
un’aquila grezzamente scalpellata. Come sempre, la fantasia popolare fiorentina si scatenò in mille critiche e sentenziò che l’animale raffigurato nello stemma ghibellino, non era un’aquila bensì una brutta caricatura della stessa fino a paragonarla ad una “oca”, nomignolo forse affibbiato da qualche simpatizzante di parte guelfa. Quando qualcuno veniva graziato, alzava l’indice accusatore verso quello stemma e poi volgendosi dall’altra parte, alzava anche il mignolo della stessa mano salutando beffardamente così le Autorità.
Oggi le condotte non ci sono più, come pure le scale di Badia con lo stemma da cui nacque il proverbio e non c’è più, soprattutto, la pena di morte, abolita dalle leggi leopoldine.
Da Firenze sono scomparsi anche i leoni. “I leoni a Firenze??? “- direte Voi – Certo, i Fiorentini non si facevano mancare niente!!! Via dei Leoni, tuttora esistente, era vicino a Via delle Condotte e a Palazzo Vecchio e lì si trovava una specie di serraglio che ospitava 21 sfortunati animali nati in cattività. A quei tempi il leone rappresentava il simbolo della potenza di una città. A Firenze fu chiamato Marzocco per accostare la sua fierezza a quella di Marte, dio, romano, della guerra.
Poi con l’andar del tempo, vuoi che il clima non fosse favorevole alla sopravvivenza di questi “poveri” felini, vuoi che la presenza di un solo leone bastava e avanzava a rappresentare lo stemma della città, il serraglio si svuotò lasciando solo un malinconico ospite ma, la leggenda narra che l’animale divenne così mansueto da girare indisturbato per la città. Un giorno, un bimbo, chiamato Orlando, passeggiando con la madre, ebbe un incontro con il leone, incontro di cui avrebbe fatto volentieri a meno, infatti si trovò faccia a faccia con lui, con fulminea rapidità passò dalla mano della mamma alle zampe del leone ma l’animale lo fece in modo così delicato da non arrecargli alcun danno, perché lo prese delicatamente per la veste e lo portò, tra la folla attonita, nella chiesa di Orsanmichele e, passando dalla porta piccola, depose il bimbo ai piedi della Madonna del Tabernacolo dell’Orcagna. Il popolo parlò subito di un miracolo della Vergine. Anche alcuni storici di quel tempo riportarono l’accaduto tanto che il bambino fu chiamato da quell’avvenimento, col vezzeggiativo “Orlanduccio del Leone”.
Il Tempo passa ma non cancella, così scomparso il leone, scomparse le condotte, dimenticato Orlanduccio, rimane, in questo racconto, la Santità sempre presente pur sotto identità diverse.
Realtà e leggenda si fondono tra loro aumentando il fascino e mistero di una Firenze nascosta.
Erano i tempi in cui vigeva la pena di morte anche se non sempre veniva applicata. La sentenza veniva letta davanti alla chiesa di Badia (situata di fronte al Bargello) che aveva in quel periodo due rampe di scale sulla facciata convergenti a terrazza da dove era ben visibile uno stemma entro il quale appariva
un’aquila grezzamente scalpellata. Come sempre, la fantasia popolare fiorentina si scatenò in mille critiche e sentenziò che l’animale raffigurato nello stemma ghibellino, non era un’aquila bensì una brutta caricatura della stessa fino a paragonarla ad una “oca”, nomignolo forse affibbiato da qualche simpatizzante di parte guelfa. Quando qualcuno veniva graziato, alzava l’indice accusatore verso quello stemma e poi volgendosi dall’altra parte, alzava anche il mignolo della stessa mano salutando beffardamente così le Autorità.
Oggi le condotte non ci sono più, come pure le scale di Badia con lo stemma da cui nacque il proverbio e non c’è più, soprattutto, la pena di morte, abolita dalle leggi leopoldine.
Da Firenze sono scomparsi anche i leoni. “I leoni a Firenze??? “- direte Voi – Certo, i Fiorentini non si facevano mancare niente!!! Via dei Leoni, tuttora esistente, era vicino a Via delle Condotte e a Palazzo Vecchio e lì si trovava una specie di serraglio che ospitava 21 sfortunati animali nati in cattività. A quei tempi il leone rappresentava il simbolo della potenza di una città. A Firenze fu chiamato Marzocco per accostare la sua fierezza a quella di Marte, dio, romano, della guerra.
Poi con l’andar del tempo, vuoi che il clima non fosse favorevole alla sopravvivenza di questi “poveri” felini, vuoi che la presenza di un solo leone bastava e avanzava a rappresentare lo stemma della città, il serraglio si svuotò lasciando solo un malinconico ospite ma, la leggenda narra che l’animale divenne così mansueto da girare indisturbato per la città. Un giorno, un bimbo, chiamato Orlando, passeggiando con la madre, ebbe un incontro con il leone, incontro di cui avrebbe fatto volentieri a meno, infatti si trovò faccia a faccia con lui, con fulminea rapidità passò dalla mano della mamma alle zampe del leone ma l’animale lo fece in modo così delicato da non arrecargli alcun danno, perché lo prese delicatamente per la veste e lo portò, tra la folla attonita, nella chiesa di Orsanmichele e, passando dalla porta piccola, depose il bimbo ai piedi della Madonna del Tabernacolo dell’Orcagna. Il popolo parlò subito di un miracolo della Vergine. Anche alcuni storici di quel tempo riportarono l’accaduto tanto che il bambino fu chiamato da quell’avvenimento, col vezzeggiativo “Orlanduccio del Leone”.
Il Tempo passa ma non cancella, così scomparso il leone, scomparse le condotte, dimenticato Orlanduccio, rimane, in questo racconto, la Santità sempre presente pur sotto identità diverse.
Realtà e leggenda si fondono tra loro aumentando il fascino e mistero di una Firenze nascosta.
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Liberamente tratto da “C’era una volta Firenze –Quasi una leggenda di una città –Divagazioni fiorentine di Maria Bernardini
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