Il racconto della settimana

Le prime segnalazioni arrivarono la sera di un ventiquattro marzo qualsiasi. Poco dopo cena i telefoni delle stazioni di polizia presero a suonare senza sosta. Tutte le chiamate avevano lo stesso, quasi ossessivo, ritornello: "Era proprio davanti a me ed è sparito". Le cose, che un minuto prima esistevano, mobili o immobili, piccole o grandi, improvvisamente avevano cominciato a sparire. Sparivano, o piuttosto evaporavano, disperdendosi in un flusso lento ma inesorabile di particelle, come immagini che si frammentassero gradualmente in pixel, rimanendo appena sospese nell'aria per poi smaterializzarsi del tutto. Qualcuno, frastornato, aveva telefonato per segnalare la sparizione della macchina che stava guidando, o del piatto che stava lavando. Qualcun'altro, disperato, chiamava scosso dai singhiozzi perché a sparire era stata la casa. Dal Palazzo del Governo, tuttavia, nessuna presa di posizione ufficiale: non si poteva certo paralizzare il Paese assecondando segnalazioni di poco conto. Inoltre, la pista delle allucinazioni collettive non era stata del tutto scartata. “Fare come se niente fosse” era il mantra che risuonava. All’alba del secondo giorno la situazione peggiorò. L’operaio di una fabbrica timbrò l’entrata. Il marcatempo aveva appena finito di emettere il proprio bip quando lui e i suoi colleghi lo videro dissolversi seguito dal muro circostante, poi dal piano terra e infine dall'intero edificio. Tutto si tramutò in pochi secondi in un grumo leggiadro di fotoni, lasciando a terra solo un immenso parallelepipedo di spazio vuoto. Alcuni dei lavoratori più anziani svennero: non avevano altro posto al mondo. In poche ore più di un milione di imprese sparirono in tutto il Paese. Lo Stato, per domare le orde di lavoratori rimasti disoccupati e di imprenditori che avevano visto dissolversi in pochi secondi i sacrifici di una vita, scelse di agire parzialmente: risarcimenti a pioggia per gli uni e indennità di disoccupazione per gli altri. Il default economico era dietro l’angolo, ma non si poteva certo gettare nel panico l’intera Nazione. “Per quanto possibile, fare come se niente fosse”. Fu l’alba del terzo giorno a insinuare nelle menti il senso della fine. A macchia di leopardo svanirono l’arte e la cultura: grandi spazi vuoti presero il posto di teatri, musei, statue, cattedrali e biblioteche; migliaia di studenti si ritrovarono a frequentare inaspettate lezioni all’aperto a causa della scomparsa di università e scuole di ogni ordine e grado. Neanche la sanità e la ricerca furono risparmiate: le ambulanze giungevano a sirene spiegate dove avrebbero dovuto trovarsi gli ospedali, ma i portantini erano costretti a costatarne la scomparsa, mentre studi scientifici decennali vennero interrotti di colpo per la vaporizzazione improvvisa di quasi due terzi dei laboratori e degli osservatori astronomici. Nessuno era in grado di comprendere perché sparisse un museo piuttosto che un altro, perché nella stessa città svanisse il pronto soccorso e non la scuola elementare. Tutto era un caos di nubi di frammenti. La Presidente sentì lo stomaco brontolare e pensò di farsi portare un pacchetto di crackers. Si costrinse a ricordare che il cibo aveva iniziato a sparire all’alba del giorno prima, il sesto dall’inizio delle segnalazioni, dopo autostrade e ferrovie, e che, nonostante le dispense del Palazzo fossero un tempo ben fornite, là come in ogni altra parte del Paese da mangiare non c’era più nulla. Per le strade borbottava sottotraccia la rivolta. Nonostante la fame non aveva altra scelta: doveva comparire davanti alle telecamere e tenere il proprio discorso a reti unificate. Tenere il proprio discorso come se niente fosse. Qualcuno bussò alla porta. “Avanti”. La maniglia si abbassò e la sua assistente entrò di fretta: aveva in mano il discorso scritto dalla squadra della comunicazione. “Ecco Presidente” disse appoggiando i fogli sul tavolo “Ha a disposizione mezz’ora per studiarlo. L’ultima parte è scritta a mano, spero che riesca a leggere. Mi dispiace, ma la stampante…” la voce le si ruppe in un misto di paura e imbarazzo. La Presidente scacciò l’apprensione della sua assistente alzando la mano destra. “Non fa niente Sara, capita che l’inchiostro finisca durante la stampa, non importa”. “No Presidente, è proprio sparita la stampante”. “Capita. Grazie Sara, puoi andare. Prenditi mezza giornata, mi sembri stanca”. L’assistente acconsentì con espressione incredula e le voltò le spalle precipitandosi fuori dalla porta senza salutare. La Presidente studiò i fogli davanti a sé. La squadra della comunicazione aveva svolto un lavoro eccellente. Il discorso richiamava all’unità nazionale. Si incolpavano cyberterroristi stranieri per la sparizione delle infrastrutture, ma si prometteva che le fabbriche e le autostrade sarebbero state ricostruite rapidamente. Per risolvere l’emergenza alimentare sarebbero state approvate leggi di impulso all’agricoltura. In sintesi, il popolo non doveva avere paura, ma speranza: all’orizzonte si prospettava un miracolo economico che avrebbe portato il Paese ad essere leader dell’economia mondiale per gli anni a venire. La Presidente segnò a penna rossa i passaggi in cui avrebbe dovuto modulare la voce, annotando un “Gravità” accanto alla citazione di una poesia del periodo tardo romantico sul sacrificio per la patria; cerchiò dati e cifre, riportati in base alla loro utilità. Le informazioni potenzialmente dannose, come il numero dei suicidi, erano state omesse: non si poteva rischiare di precipitare la popolazione nella disperazione. Il legno della porta venne percosso nuovamente. Stavolta era l’operatore della tv di Stato. Dalla soglia socchiusa emerse appena la testa incoronata dalle cuffie. “Presidente, quando vuole siamo pronti per la diretta”. Prese posto sulla sedia. Le luci dei riflettori e l’occhio ciclopico della telecamera erano a poca distanza dal suo viso. Davanti a lei, sul tavolo di vetro, i fogli del discorso stavano nascosti alla vista del pubblico. Truccatori e parrucchieri erano riusciti ad addolcire splendidamente i suoi tratti spigolosi e a illuminarle i capelli, nonostante nei giorni precedenti fossero sparite lacche e fard e si temesse anche per i phon e i mascara. L’operatore fece cenno con le dita. 3…2…1. La diretta era partita. “Cittadini e cittadine, dalla vostra Presidente una buona serata. Sono in diretta presso la televisione nazionale per essere vicino ad ognuno di voi in questo momento di difficoltà. Nonostante le insistenti voci circolate in questi giorni circa l’emergenza riguardante le sparizioni, io e tutta la squadra di Governo, la Maggioranza e lo Stato vi invitiamo alla calma. Per il bene della Nazione, non dobbiamo farci vincere dalla paura. Difatti…”. Avvicinò uno dei fogli per riuscire a leggere i dati che avrebbe dovuto citare. Incredula, lo vide dissolversi tra le dita. Riuscì appena a rendersi conto di ciò che stava accadendo mentre a poco a poco svanivano davanti ai suoi occhi gli altri fogli, il tavolo di vetro, la telecamera, gli operatori, l’intera stanza, il Palazzo del Governo, il Paese. Come se niente fosse.
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