Dal Sassetti-Peruzzi al Buontalenti, i dirigenti scolastici giudicano il limite del 30% difficilmente applicabile: «Molti ragazzi sono nati in Italia e parlano perfettamente la nostra lingua»

Non è la cittadinanza a determinare le difficoltà scolastiche, ma una povertà educativa che riguarda sia gli studenti stranieri sia quelli italiani. È questa la posizione espressa da alcuni dirigenti scolastici fiorentini sulla proposta del Governo di introdurre un tetto obbligatorio del 30% per gli alunni di cittadinanza non europea con una conoscenza scarsa o nulla dell’italiano.

All’istituto Sassetti-Peruzzi di Novoli gli studenti stranieri rappresentano più della metà degli iscritti, ma la grande maggioranza è nata e cresciuta in Italia. Il dirigente Osvaldo Di Cuffa giudica la misura «inattuabile» e potenzialmente lesiva del diritto allo studio. L’istituto è infatti l’unico in città a offrire il percorso dedicato ai servizi commerciali e l’introduzione di uno sbarramento potrebbe impedire ad alcuni ragazzi di scegliere l’indirizzo desiderato.

Secondo Di Cuffa, la vera emergenza è rappresentata dalle difficoltà di comprensione e dalla ridotta padronanza lessicale, condizioni che coinvolgono anche molti studenti italiani. Nel plesso di via San Donato convivono circa 40 nazionalità, con una forte presenza di ragazzi peruviani e cinesi. Una pluralità che, secondo il preside, favorisce l’apprendimento dell’italiano, utilizzato come lingua comune. Il dirigente respinge inoltre l’associazione tra velo e arretratezza, ricordando che diverse studentesse che lo indossano hanno ottenuto riconoscimenti scolastici.

Il Sassetti-Peruzzi organizza corsi di italiano L2 attraverso docenti interni specializzati, ma deve fare i conti con la carenza di personale. «Quest’anno non ci hanno assegnato alcun insegnante dedicato esclusivamente a questa attività», denuncia Di Cuffa.

Una situazione simile si registra all’istituto alberghiero Buontalenti, dove gli studenti senza cittadinanza italiana costituiscono il 37% degli iscritti nelle prime e il 31% nelle seconde. «Senza di loro avremmo cinque classi prime in meno», osserva la dirigente Maria Francesca Cellai. Soltanto il 2-3% degli alunni è arrivato recentemente in Italia e necessita di un sostegno linguistico. Per questi ragazzi vengono attivati corsi pomeridiani e curricolari che permettono, generalmente nell’arco di sei mesi, di acquisire una buona conoscenza dell’italiano.

«Il nostro istituto è un felice incontro tra culture diverse», sottolinea Cellai. «La scuola pubblica deve accogliere. Noi formiamo persone per il lavoro, che non conosce distinzioni legate al colore della pelle».

Al comprensivo Beato Angelico, la dirigente Federica Gambogi spiega che l’inserimento degli studenti viene gestito attraverso una didattica laboratoriale e percorsi flessibili. Nei casi di scarsa padronanza linguistica, dopo un confronto con le famiglie, può essere valutato l’ingresso in una classe inferiore.

Diversa la situazione dell’istituto agrario, dove il dirigente Andrea Marchetti parla di classi «ben bilanciate», con una presenza di studenti stranieri vicina al 10%. Nel complesso, però, i presidi chiedono al Governo maggiori risorse, docenti specializzati e servizi territoriali, considerando un limite fondato sulla cittadinanza inadatto ad affrontare i problemi reali della scuola. Lo scrive la Nazione. 

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