Sabato mattina. Divano, caffè e plaid. Beh? Che c’è che non va? Lavoro tutta la settimana, otto ore al giorno dal lunedì al venerdì (che poi sono nove, c’è la pausa pranzo). Ce l’avrò il diritto di rilassarmi o no? Quindi divano, caffè e plaid. E cellulare. Nemmeno questo va bene? Non me ne sto di certo a marcire davanti allo schermo. Mi piace informarmi. L’algoritmo dei miei social lo sa, eccome se lo sa. Basta che apra il feed ed escono notizie da tutto il mondo, e io me le leggo una dopo l’altra mentre sorseggio il mio caffè. Tutto ciò di cui ho bisogno mi sta nella mano destra, in mezzo ai cristalli liquidi. Apro l’app e inizio a informarmi. “Le nozze principesche della coppia dell’anno”. L’articolo parla di un rito civile brevissimo e della location del ricevimento, un castello medievale con tanto di tenuta di centomila ettari. Invitati: numero imprecisato. Gran dispiegamento di guardie private ai cancelli. Spazio aereo interdetto ai droni. Nessun giornalista può entrare. C’è anche il video del corteo. Ma chi sono questi? Vabbè, buon per loro. Scrollo alla notizia successiva. “Troppo rumore. Sit in dei condomini contro i lavori”. Giusto. Sacrosanto, anzi. Strade sforacchiate e poi rattoppate alla meno peggio, buche, transenne e poi chiusure, deviazioni… Era l’ora che qualcuno si facesse sentire… Ma dov’è successo? Belluno? Vabbè, il concetto è quello. Sono solidale a distanza. Scrollo alla notizia successiva. Il caffè si sta raffreddando. “Vandali imbrattano i muri dell’Università. Si cercano i responsabili”. Picchio un cazzotto sul divano: Ma è possibile? Vergogna! Sicuramente qualche ragazzetto idiota. Li dovrebbero mandare a lavorare! Ma che rimettano la leva obbligatoria! Poi vedi come gli passa la voglia di imbrattare. A lavorare! Che poi chi paga la pulizia? Io, ovviamente. Esprimo tutto il mio sdegno nel mio commento. Troppa rabbia mi rovinerà la mattinata. Scrollo alla notizia successiva. “Le immagini della discarica a cielo aperto di Via della Sfinge”. Quasi sputo il caffè. Questo è davvero troppo! Le foto e i video mostrano un degrado schifoso, sicuramente opera degli zingari! Ma che gli bruciassero tutto, case comprese. E via, via di là, col loro sudiciume! Ma poi, proprio Via della Sfinge, una così bella zona, un così bel quartiere… Dove rimane? La cerco su Maps. Ma è qui dietro! Duecento metri! I residenti si sono dati appuntamento per protestare. Devo uscire e unirmi a loro. Mi rilasserò nel pomeriggio, certe cose vengono prima del riposo. Mi vesto come meglio posso e mi precipito giù per le scale. Fuori è buio e freddo. Non capisco. Sono le undici di mattina, eppure sembra mezzanotte. E si gela, anche! Ma se siamo a metà luglio! Che abbia perso la cognizione del tempo mentre ero così concentrato a informarmi? O forse è l’orologio che s’è rotto? Appoggio l’orecchio. No, ticchetta. Dall’altra parte della strada un operaio sta calando giù da una certa altezza, dentro il cestello di un carrello elevatore, di quelli che si usano per i cantieri. Non so se sono totalmente impazzito, ma mi pare che nel cestello accanto a lui ci sia un sacco nero di stoffa che emette uno strano bagliore. L’unica fonte di luce del mondo. “Senta” lo chiamo attraversando la strada “Sa dirmi che ore sono?”. Voglio essere sicuro di non essere impazzito. “Le undici circa” mi risponde dopo uno sguardo distratto all’orologio. “E non le pare strano a quest’ora, tutto questo buio e questo freddo?”. “Eh sa com’è… ora che l’abbiamo smontato…” e indica il sacco che balugina nel buio. “Che avete smontato?”. “Non ha letto l’ordinanza del Comune? Il Sole”. “Il Sole? Ma che vi salta in testa?”. Mi sembra una follia. “E che vuole da me? Mica l’ho deciso io. Io l’ho smontato e basta. Dicono che costa troppo tenerlo lassù. Problemi di budget”. Mi prende una vertigine improvvisa. “Ma come? E nessuno ha protestato?”. Quello allarga le braccia. “Che le devo dire? Pare che nessuno ne sappia nulla. Sono tutti a protestare in Via della Sfinge”.
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