Il racconto della settimana

All’esterno della Galleria d’Arte Contemporanea, ospitata in Palazzo Strazzi, in pieno centro, una discreta folla scorreva verso la biglietteria. Chi aveva acquistato il tagliando on line, invece, già degustava il rinfresco. L’opera del Maestro sarebbe stata svelata a momenti; intanto i presenti conversavano amabilmente agitando piatti di tartine e fette di prosciutto. Le bocche parlavano masticando avidamente le primizie offerte, bevendo altrettanto avidamente il vino spumante che i camerieri inguantati facevano passare tra i presenti su grandi vassoi d’argento. Nella sala risuonava un vivace brusio. Era accorsa tutta l’alta società cittadina, decorata e stretta in vestiti eleganti, protetta da strati di trucco e punture di botulino dall’usura del tempo. Si concretizzava nella sala lo scenario di pezzi d’antiquariato venuti ad ammirare pezzi da museo. D’improvviso un rumore fece voltare tutti i presenti. Il Maestro, apparso da una porta laterale, rimase un attimo muto, accogliendo l’applauso che sentiva di meritare. Il capolavoro a cui aveva lavorato per anni stava per essere svelato al pubblico. Con decisa ma gentile imposizione delle mani, invitò al silenzio l’assemblea. “Signore e Signori, amici miei, grazie per essere qui. L’opera che siete venuti ad ammirare si trova nella sala adiacente. Vi invito a seguirmi”. Con il Maestro in testa, il corteo mosse verso l’altra sala. Al centro di essa qualcosa di imponente, alto almeno tre metri, era celato da un grande drappo nero. Il Maestro si pose davanti alla cosa velata, mentre il suo pubblico, ormai trepidante di curiosità, gli si sistemava intorno a semicerchio. “L’opera che questo nero velo nasconde” cominciò a presentare il Maestro “è frutto di due anni di sacrifici. Volevo un’opera che esprimesse tutto ciò che di più intimo esiste nella cultura occidentale, che condensasse in se stessa tutto ciò che siamo in quanto società, sociologicamente e antropologicamente”. Un tic all’occhio destro scandiva le parti del discorso, come una macchina da scrivere che andasse a capo. Un teso mutismo serpeggiava tra gli ascoltatori. “Per poter esprimere tutta la potenza dell’opera” proseguì il Maestro “mi sono auto condannato a un lungo periodo di digiuno e meditazione nei luoghi più remoti e sciagurati della terra. In mezzo a monti e deserti, tra il sole cocente e la neve, nutrendomi a malapena del necessario per sopravvivere. Così sono riuscito, o almeno credo di averlo fatto, a condensare in questa installazione l’essenza stessa del nostro tempo e della nostra civiltà”. Fece un passo verso destra, chiamando contemporaneamente con un cenno della mano due assistenti in frac. I due si disposero ai lati del drappo nero, carpendone con le mani i lembi. Il Maestro alzò teatrale il braccio destro, eseguendo un immaginario conto alla rovescia. Sospiri di attesa strozzarono nelle gole. Il braccio calò con gesto perentorio e con esso il drappo. L’espressione dei presenti si fece confusa, per alcuni forse addirittura schifata. Protetta da una spessa teca di vetro, una colossale schiacciata ripiena, grondante olio e con i cristalli di sale che rifrangevano la luce dei faretti, si stagliava davanti alla folla come un monolite. “L’opera, amici miei, si chiama ‘La fame’” il Maestro fu costretto ad interrompersi per il levarsi di alcuni fischi e borbottii di protesta. Qualcuno già iniziava a chiedere il rimborso. Il Maestro chiuse gli occhi e sorrise. Quando li riaprì, la sua voce appariva più roca. “Un attimo di pazienza, Signore e Signori. Comprenderete presto il suo significato”. Senza aggiungere altro, Il Maestro fece cenno col capo ai due assistenti. Dalla tasca della giacca del più anziano fuoriuscì un telecomando. Premuto il bottone centrale, la teca prese a sollevarsi, liberando in pochi istanti l’immane schiacciata. Il vapore prese a sprigionarsi dalle alveolature. Come fumava quel vapore denso. Come penetrava la sua fragranza deliziosa nelle narici degli spettatori. Come distorceva le loro menti. All’unisono, abbandonata la rabbia e l’antica compostezza, tutti si gettarono sull’idolo di pasta di pane. I denti strappavano tronconi unti, le mani come artigli sottraevano al vicino brandelli di cibo per sopprimere l’inedia degli stomaci. L’opera scomparve in pochi secondi. Ma la fame no. Come belve disumane quei signori per bene si avventarono gli uni contro gli altri, divorandosi a vicenda. Gustando il tumulto di grida ferine che risuonava nella sala e l’odore di sangue che intanto si spargeva per il museo, il Maestro sorrideva, ammirando soddisfatto il suo capolavoro.
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