I racconti di Lady Viola

La Chiesa di S. Reparata era l’antica Cattedrale di Firenze, ma, con l’andar del tempo, non era più in grado di contenere i fedeli, in quanto la popolazione andava espandendosi rapidamente. Di conseguenza, sorse per i fiorentini la necessità di averne una nuova, un “Duomo” che fosse veramente la casa del Signore. Non lontano da S. Reparata era stato individuato il luogo dove venivano accumulati marmi per la nuova Chiesa. Marmi che dovevano essere bianchi e verdi come il Battistero, adesso adibito a battesimi, anche se un tempo era stato il tempio di Marte, e bianco-verdi come il Campanile di Giotto, con aggiunta di tenero rosa nelle piccole nicchie e nelle modanature. Quindi, marmi ovunque nel luogo di scarico, tanto che i fiorentini presero l’abitudine, nelle sere d’estate, di sedersi lì a frescheggiare e godersi il vento d’aquilone che, nonostante il passar dei secoli, non ha mai cambiato direzione, tanto che anche il solitario Dante non disdegnava sedere, in quei paraggi, su un sasso divenuto poi famoso.

In attesa della costruzione del Duomo, il terreno intorno, che aveva un proprietario, diventava sempre più caro. Infatti, lo stesso apparteneva ai Bischèri, nobile famiglia fiorentina che aveva il suo palazzo in angolo tra via dell’Oriolo e P.zza del Duomo (tuttora si legge la targa “Canto dei Bischèri”). Vedendo accumularsi marmi su marmi sul suo terreno, accarezzava in cuor suo un lauto guadagno, aumentando giorno dopo giorno il prezzo di vendita. I fiorentini non riuscivano a capire quel tentennamento dei proprietari a vendere. Lo sapeva benissimo, però, il capofamiglia, che cercava con ingordigia di incamerare dalla cessione più fiorini possibili. Ma Messer Bischèri fu cattivo speculatore e, come dice il proverbio, “Chi troppo vuole, niente stringe”: stanche di aspettare, le autorità cittadine espropriarono il terreno e ai proprietari non toccò un bel niente (o, forse, una modesta remunerazione, chissà!).

I fiorentini, maestri nell’affibbiare nomignoli o creare modi di dire, cominciarono ad usare il cognome del proprietario come aggettivo per indicare un babbeo, un ingenuo, uno poco sveglio: “Tu se’ proprio un bischero”, ma anche in forma affettuosa, bonaria; insomma, un tipo facilmente influenzabile.

La traduzione di questo cognome è intraducibile in qualsiasi lingua.

Si spera che lo spirito del capofamiglia dei Bischèri abbia poi rimosso lo scacco subito per la sua avidità di denaro e abbia la piena consapevolezza che, ora, sul suo terreno sorge la Cupola più ardita e innovativa di tutto il Rinascimento.

N.B. Esiste anche un’altra narrazione sulla stoltezza di questa famiglia. Comunque sia, il protagonista assoluto, anche nell’altra esposizione, è e rimane il cognome, passato alla storia nell’ironica versione fiorentina.

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Liberamente tratto da “C’era una volta Firenze –Quasi una leggenda di una città –Divagazioni fiorentine di Maria Bernardini 
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