Tra lavoro, costi dell’assistenza e attese per le Rsa, le famiglie chiedono soprattutto servizi che restituiscano tempo e libertà

Stefania Luciano, infermiera di Ponte a Niccheri, ha 64 anni e ha dovuto interrompere temporaneamente il lavoro per assistere la madre 91enne non autosufficiente, ricorrendo ai congedi previsti dalla legge. Un aiuto di due ore al giorno le permette di ritagliarsi qualche spazio personale, ma ogni uscita richiede organizzazione e disponibilità dei familiari. Il ricovero temporaneo di sollievo in Rsa comporterebbe una spesa di 1.500 euro per sessanta giorni, insieme al timore delle conseguenze emotive sulla madre. «Non è giusto essere costretti ad annullarsi come persona perché non ci sono alternative», racconta.
Anche la presenza di una badante non basta sempre ad alleggerire il carico. Lis Grundmann, che gestisce un’azienda agricola nel Chianti con il marito, assiste la suocera 93enne, allettata e bisognosa di aiuto continuo. La famiglia spende quasi tremila euro al mese, ma deve comunque intervenire quotidianamente e durante la notte. Conciliare assistenza e impresa è difficile, mentre resta incerta la disponibilità di un ricovero di sollievo e, secondo il suo racconto, l’attesa per una sistemazione stabile in Rsa supera un anno.
Entrambe criticano il ddl Locatelli, ritenendo i requisiti troppo restrittivi rispetto ai bisogni reali. Stefania afferma di essere esclusa perché percepisce uno stipendio; Lis segnala anche il vincolo della convivenza formale, dato che la suocera abita nell’immobile accanto, collegato alla loro casa. La richiesta comune va oltre il sostegno economico: servono alternative concrete all’assistenza familiare continua, per poter lavorare, riposare e conservare una vita personale. Lo scrive il Corriere Fiorentino. 
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