A che punto siamo davvero? Opportunità, ritardi e prospettive della città d’arte più famosa del mondo

Firenze è universalmente riconosciuta come la culla del Rinascimento, un luogo dove innovazione, arte e sapere hanno cambiato per sempre il corso della storia. Ma oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la domanda è inevitabile: la città è ancora capace di interpretare il futuro, o rischia di subirlo?

L’AI non è più una tecnologia sperimentale. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2024 il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha superato 1,2 miliardi di euro, con una crescita annua di circa il 58%. Un’accelerazione che riguarda grandi aziende, pubbliche amministrazioni e, sempre più spesso, università e territori. Tuttavia, la diffusione resta disomogenea: le grandi città avanzano a velocità diverse, e Firenze si trova oggi in una posizione intermedia, sospesa tra eccellenze e ritardi strutturali.


Una città ricca di competenze (spesso invisibili)

Sul fronte della conoscenza, Firenze parte avvantaggiata. L’Università di Firenze è attiva da anni su progetti di machine learning, robotica, visione artificiale e AI applicata alla medicina, con collaborazioni nazionali e internazionali. L’ospedale di Careggi, ad esempio, utilizza sistemi di supporto diagnostico basati su algoritmi per l’analisi delle immagini radiologiche, mentre al Meyer sono in fase di sperimentazione strumenti predittivi per il supporto clinico pediatrico.

Eppure, gran parte di questa innovazione resta confinata nei laboratori. Il trasferimento tecnologico verso il tessuto economico locale procede lentamente. Come osserva Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio AI:
«Il vero limite dell’AI in Italia non è la tecnologia, ma la capacità di portarla fuori dai centri di ricerca e integrarla nei processi reali delle imprese e delle amministrazioni».
Un’affermazione che descrive bene anche il contesto fiorentino.


Imprese e professionisti: interesse alto, adozione lenta

Firenze è una città di piccole e medie imprese, studi professionali, botteghe artigiane e attività legate al turismo. Proprio questi settori potrebbero trarre enormi benefici dall’AI: ottimizzazione dei flussi turistici, gestione intelligente delle prenotazioni, analisi predittiva dei prezzi immobiliari, automazione amministrativa negli studi, personalizzazione dell’offerta culturale.

Secondo Confartigianato, però, meno del 20% delle microimprese italiane utilizza strumenti avanzati di analisi dati o intelligenza artificiale, spesso per mancanza di competenze interne e per timore dei costi. Firenze non fa eccezione. Molti imprenditori percepiscono l’AI come qualcosa di “grande”, distante, pensata per multinazionali o colossi digitali.

Eppure, l’AI che sta cambiando il mercato non è solo quella dei grandi modelli generativi. Esistono soluzioni leggere, accessibili, già pronte per l’uso quotidiano: chatbot per il customer care, strumenti di analisi dei dati di vendita, sistemi di previsione della domanda, software di supporto alle decisioni. Il problema non è l’assenza di soluzioni, ma la mancanza di una regia territoriale chiara.


Pubblica amministrazione e smart city: potenziale inespresso

Anche sul fronte pubblico, Firenze mostra luci e ombre. Negli ultimi anni il Comune ha avviato progetti di digitalizzazione, open data e smart city, ma l’utilizzo dell’intelligenza artificiale resta ancora marginale. Eppure, le applicazioni possibili sono molte: gestione intelligente del traffico e delle ZTL, previsione dei flussi turistici, ottimizzazione dei servizi urbani, manutenzione predittiva delle infrastrutture.

In altre città europee, come Barcellona o Amsterdam, l’AI è già utilizzata per simulare scenari urbani e migliorare la qualità della vita dei residenti. Firenze potrebbe fare lo stesso, ma serve una strategia di lungo periodo e una collaborazione più stretta tra amministrazione, università e imprese tecnologiche locali.


Una questione culturale prima che tecnologica

Il punto centrale, ancora una volta, è culturale. Firenze ha sempre saputo innovare quando ha unito visione e coraggio. Oggi l’intelligenza artificiale richiede lo stesso approccio: non subirla, ma governarla. Non limitarsi a sperimentazioni isolate, ma costruire un ecosistema.

Come ha affermato recentemente il filosofo Luciano Floridi, tra i massimi esperti mondiali di etica dell’AI:
«L’intelligenza artificiale non è una rivoluzione tecnica, ma una trasformazione del modo in cui prendiamo decisioni».
Ed è proprio sulle decisioni che Firenze è chiamata a interrogarsi.


Quale futuro per Firenze?

Il futuro dell’AI a Firenze dipenderà dalla capacità di fare sistema. Creare hub di innovazione accessibili anche alle piccole realtà, promuovere formazione concreta per imprenditori e professionisti, favorire progetti pilota nei settori chiave della città: arte, turismo, sanità, artigianato, immobiliare.

Firenze non parte da zero. Ha competenze, reputazione, capitale umano. Quello che serve ora è una visione condivisa che trasformi l’intelligenza artificiale da tema astratto a strumento quotidiano di sviluppo. Perché la città che ha insegnato al mondo a guardare avanti non può permettersi di restare a guardare.


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