Il progetto guidato da don Martin Bakole nel Kasai occidentale coinvolge decine di famiglie tra agricoltura, formazione e autosufficienza

Nel cuore del Kasai occidentale, nella Repubblica Democratica del Congo, c'è un progetto che punta a cambiare il destino di un'intera comunità partendo dalla terra, dal lavoro e dalla formazione. Si chiama Moyo, che nella lingua locale tshiluba significa “vita”, ed è la fattoria sociale promossa da don Martin Bakole, parroco di una piccola parrocchia vicino Firenze

Il progetto guidato da don Martin Bakole nel Kasai occidentale coinvolge decine di famiglie tra agricoltura, formazione e autosufficienza. Obiettivo: trasformare il lavoro in uno strumento concreto di riscatto dalla povertà.

Nel cuore del Kasai occidentale, nella Repubblica Democratica del Congo, c'è un progetto che punta a cambiare il destino di un'intera comunità partendo dalla terra, dal lavoro e dalla formazione. Si chiama Moyo, che nella lingua locale tshiluba significa “vita”, ed è la fattoria sociale promossa da don Martin Bakole insieme ai capi tradizionali del gruppo Bakua Munene nella zona di Tshimbulu, un centro di circa 150mila abitanti privo di adeguate infrastrutture ma ricco di potenzialità agricole.

Don Martin Bakole, conosciuto in Toscana anche per il suo impegno nell'accoglienza e nell'integrazione dei migranti, non ha mai interrotto il legame con la sua terra d'origine. Da anni porta avanti un progetto che mira a promuovere una vera cultura del lavoro come strumento di emancipazione dalla povertà. In un territorio segnato da conflitti, instabilità economica e sfruttamento delle risorse naturali, Moyo vuole offrire un'alternativa concreta: costruire autonomia e sviluppo partendo dalle capacità delle persone.

La filosofia del progetto si ispira ai principi dell'economia sociale. L'obiettivo non è distribuire aiuti, ma creare opportunità durature. Le famiglie coinvolte lavorano nei campi, partecipano alle attività agricole e ricevono contemporaneamente formazione professionale su coltivazioni, allevamento, costruzione di strutture rurali e gestione delle risorse. Un percorso che punta a trasformare i beneficiari in protagonisti del proprio sviluppo.

Nel 2023 era stato elaborato un ambizioso piano da circa 280mila euro che prevedeva la realizzazione di capannoni agricoli, recinti per il bestiame, allevamenti e l'acquisto di mezzi meccanici. Nonostante la difficoltà nel reperire risorse economiche, il progetto è riuscito a compiere passi importanti grazie all'impegno della comunità. Sono stati costruiti due capannoni, un porcile e un pollaio, oltre a numerose opere non previste inizialmente come un pozzo per l'irrigazione, una cisterna sopraelevata per l'acqua, un impianto per la spremitura degli oli vegetali e un piccolo servizio veterinario stabile.

Le immagini e i racconti provenienti dalla fattoria testimoniano la straordinaria determinazione dei partecipanti. I campi vengono liberati dalle erbacce quasi esclusivamente con strumenti manuali, il legname viene trasportato per chilometri su vecchie biciclette e perfino la perforazione dei pozzi avviene a mano. Una realtà dove ogni risultato è frutto di sacrificio e collaborazione.

Oggi Moyo riesce a sostenere circa cinquanta famiglie, garantendo fino al 40% del loro fabbisogno alimentare e contribuendo anche all'acquisto di medicinali e materiale scolastico. Ma il vero valore aggiunto è il modello adottato: dopo un primo raccolto realizzato insieme nella fattoria, le famiglie vengono accompagnate a replicare autonomamente le stesse attività nei terreni vicini alle proprie abitazioni, utilizzando sementi fornite dal progetto e le competenze acquisite durante il percorso formativo.

Un altro esempio virtuoso riguarda l'allevamento dei maiali. Le famiglie ricevono una scrofa gravida e, dopo la nascita dei piccoli, restituiscono una parte dei maialini alla fattoria. Gli altri possono essere allevati o venduti, generando nuove opportunità economiche e alimentando un circuito virtuoso di crescita condivisa.

Nonostante i risultati raggiunti, le sfide restano enormi. La mancanza di trattori, camion e attrezzature agricole limita l'espansione delle coltivazioni e il numero di famiglie che potrebbero beneficiare del progetto. Tra le priorità future c'è anche la creazione di un piccolo ambulatorio per la distribuzione di farmaci essenziali e la promozione di attività di prevenzione sanitaria.

«È sempre una battaglia, è difficile, siamo lontani da tutto e da tutti», racconta don Martin Bakole dai campi di Tshimbulu. Eppure, proprio da questa periferia del mondo, il progetto Moyo continua a dimostrare che sviluppo, dignità e speranza possono nascere anche con pochi mezzi, quando una comunità decide di costruire insieme il proprio futuro. insieme ai capi tradizionali del gruppo Bakua Munene nella zona di Tshimbulu, un centro di circa 150mila abitanti privo di adeguate infrastrutture ma ricco di potenzialità agricole.

Don Martin Bakole, conosciuto in Toscana anche per il suo impegno nell'accoglienza e nell'integrazione dei migranti, non ha mai interrotto il legame con la sua terra d'origine. Da anni porta avanti un progetto che mira a promuovere una vera cultura del lavoro come strumento di emancipazione dalla povertà. In un territorio segnato da conflitti, instabilità economica e sfruttamento delle risorse naturali, Moyo vuole offrire un'alternativa concreta: costruire autonomia e sviluppo partendo dalle capacità delle persone.

La filosofia del progetto si ispira ai principi dell'economia sociale. L'obiettivo non è distribuire aiuti, ma creare opportunità durature. Le famiglie coinvolte lavorano nei campi, partecipano alle attività agricole e ricevono contemporaneamente formazione professionale su coltivazioni, allevamento, costruzione di strutture rurali e gestione delle risorse. Un percorso che punta a trasformare i beneficiari in protagonisti del proprio sviluppo.

Nel 2023 era stato elaborato un ambizioso piano da circa 280mila euro che prevedeva la realizzazione di capannoni agricoli, recinti per il bestiame, allevamenti e l'acquisto di mezzi meccanici. Nonostante la difficoltà nel reperire risorse economiche, il progetto è riuscito a compiere passi importanti grazie all'impegno della comunità. Sono stati costruiti due capannoni, un porcile e un pollaio, oltre a numerose opere non previste inizialmente come un pozzo per l'irrigazione, una cisterna sopraelevata per l'acqua, un impianto per la spremitura degli oli vegetali e un piccolo servizio veterinario stabile.

Le immagini e i racconti provenienti dalla fattoria testimoniano la straordinaria determinazione dei partecipanti. I campi vengono liberati dalle erbacce quasi esclusivamente con strumenti manuali, il legname viene trasportato per chilometri su vecchie biciclette e perfino la perforazione dei pozzi avviene a mano. Una realtà dove ogni risultato è frutto di sacrificio e collaborazione.

Oggi Moyo riesce a sostenere circa cinquanta famiglie, garantendo fino al 40% del loro fabbisogno alimentare e contribuendo anche all'acquisto di medicinali e materiale scolastico. Ma il vero valore aggiunto è il modello adottato: dopo un primo raccolto realizzato insieme nella fattoria, le famiglie vengono accompagnate a replicare autonomamente le stesse attività nei terreni vicini alle proprie abitazioni, utilizzando sementi fornite dal progetto e le competenze acquisite durante il percorso formativo.

Un altro esempio virtuoso riguarda l'allevamento dei maiali. Le famiglie ricevono una scrofa gravida e, dopo la nascita dei piccoli, restituiscono una parte dei maialini alla fattoria. Gli altri possono essere allevati o venduti, generando nuove opportunità economiche e alimentando un circuito virtuoso di crescita condivisa.

Nonostante i risultati raggiunti, le sfide restano enormi. La mancanza di trattori, camion e attrezzature agricole limita l'espansione delle coltivazioni e il numero di famiglie che potrebbero beneficiare del progetto. Tra le priorità future c'è anche la creazione di un piccolo ambulatorio per la distribuzione di farmaci essenziali e la promozione di attività di prevenzione sanitaria.
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