Il giornale titolava: “Sabotaggio alla prima del Teatro La Fenice. Si cercano i responsabili”. E Gaia, sorseggiando il suo tè comoda sul divano, sorrideva. Attraverso l’apertura del sipario sbirciava appena il pubblico del teatro accomodato sulla lunga schiera di poltrone rosse, che nella penombra della sala rumoreggiava in attesa. La rappresentazione sarebbe dovuta iniziare a momenti e dell’attrice protagonista nessuna traccia. Si speculava, dietro le quinte: qualcuno della compagnia affermava malignamente che si fosse addormentata ubriaca sul divano di casa, d’altronde era ben noto il suo alcoolismo; per qualcun altro aveva trovato, sulla strada tra casa ed il teatro, un nuovo amante, il che avrebbe spiegato anche l’assenza di una delle comparse maschili. Ma di tutti i pettegolezzi a Gaia, l’impresaria, che se ne stava rincantucciata dietro il pesante drappo porpora con il nodo alla gola, poco importava: senza l’attrice, del nome della tragedia sarebbe rimasto solo il maschile, e Romeo è nulla senza Giulietta. “Dovrà andare sul palco e dire agli spettatori che lo spettacolo è annullato e che i biglietti non verranno rimborsati” le aveva detto il proprietario del teatro, prima di dileguarsi a bordo della sua Jaguar. “Meraviglioso” aveva pensato “io che ho paura anche a fare il discorso di compleanno davanti ai parenti devo fronteggiare trecento borghesi inferociti”, ben consapevole che, più che per la mancata messa in scena, le sarebbero saltati addosso per aver perso i soldi. “Che facciamo Gaia?” le sussurrò Romeo, imbiancato di trucco e fasciato da una ridicola calzamaglia verde. “Scappiamo finché siamo in tempo!” suggerì Mercuzio. “Non hai scelta” continuò Frate Lorenzo “devi uscire e spiegare a quella gente cos’è successo”. “No. Ho un’idea migliore” rispose lei nella assoluta lucidità del terrore. E senza aggiungere altro si diresse verso il fungo rosso dell’allarme antincendio, posto all’altro capo della quinta, sotto il generatore di corrente, e lo colpì con forza. I getti d’acqua scaturiti dagli idranti del soffitto la liberarono dall’incombenza del discorso, mentre il panico disperdeva il pubblico all’esterno, nella sera chiara di settembre.
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